To be or not be American

Le aziende degli Stati Uniti cercano contromisure alla concorrenza cinese. Per fortuna hanno capito che i proclami sentimentali e gli spot nazionalisti, come quelli ideati da Lee Iacocca quando negli anni 80 salvò Chrysler, non hanno più senso. Ai tempi di Iacocca erano i giapponesi, oggi sono i cinesi, ma il problema non è nel frattempo cambiato: per competere nell’era della globalizzazione l’America deve ancora investire molto negli impianti e nei macchinari, nell’automazione di processo. L’obiettivo è aumentare il rendimento generale, il cosiddetto “grado di utilizzo”. L’appello “be American, buy American”, cioè “sii americano, compra americano”, non basta più a convincere i consumatori che nel frattempo sono maturati: perché a tutti piacciono auto, tosaerba e trapani affidabili e sicuri, di qualità e dai consumi ragionevoli.

Obama dice che la ripresa economica “non si muove tanto velocemente quanto noi vogliamo”, “not moving as fast as we want”. Il mito della crescita continua e rapida è ancora presente nella retorica istituzionale che crede di pilotare l’economia dalla stanza dei bottoni. Un’azienda dello Yorkshire, in Gran Bretagna, acquista tre nuove macchine e dichiara che l’investimento le ha permesso di recuperare un cliente che si riforniva in Cina: l’efficienza e il rendimento della tecnologia aggiornata, insieme all’impiego di un robot, ha diminuito i costi delle loro maniglie e serrature di leghe di zinco. L’associazione di settore americana riprende la notizia: forse confonde la contea inglese dello Yorkshire con l’omonima città di Yorkshire nell’Ohio o in Virginia, ma è una notizia troppo allettante ed emblematica, serve a dare un esempio che gli investimenti si ripagano, aiutano ad affrontare l’emergenza cinese.

Le aziende italiane e quelle europee che resistono, investono regolarmente e da decenni nella robotica e nel miglioramento continuo. Sentono maggiormente la pressione cinese quando hanno un mercato mondiale, quando vendono, e competono con i concorrenti dell’estremo oriente, in aree del mondo che comprano sul prezzo e non sulla tecnologia. La maggioranza di chi ha una filiale in Cina lo fa per soddisfare il mercato locale o quelli più vicini. Per il mercato europeo, o occidentale in genere, offrono standard molto superiori. L’America invece è invasa da articoli analoghi e alternativi a quelli made in USA in ogni settore, al pari dell’Africa che ormai è stata colonizzata dai prodotti cinesi, ma almeno non vantava una produzione industriale preesistente.

L’Associazione statunitense TAA, Trade Adjustment Assistance for Firms, promossa dal Ministero del Lavoro e del Commercio, va in soccorso delle aziende “import-impacted”, cioè che hanno sofferto per l’impatto delle importazioni. Tradotto in soldoni: di coloro che hanno perso clienti e mercato per la concorrenza cinese.

Presentando un progetto di miglioramento nella produzione, nella progettazione, nel marketing, oppure nella gestione informatica o ancora nella qualità, TAA paga la metà dei relativi costi fino però ad un contributo massimo di 75.000 dollari. Pochi per cambiare davvero le cose, per rinnovare una gestione del manufatturiero che da decenni preferisce revisionare o spremere i macchinari fino allo stremo, e ancora non vede nell’automazione un’opportunità. Come invece ha fatto l’Italia fin dagli anni Settanta, forse perché la contrattazione sindacale e la gestione del personale è stata più difficile nel nostro paese che altrove. O anche perché la nostra creatività si traduce soprattutto nella incessante ricerca di alternative e miglioramenti.

27 dicembre 2010


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