The dog days of despair: il declino dell’industria britannica

Le aziende inglesi che sono sopravvissute all’onda anomala degli ultimi mesi avvertono una lenta ripresa, ma temono la “double dip”, la ricaduta nei “dog days of despair”, nei “giorni cane della disperazione” come li definisce il direttore generale di un sub fornitore dell’Essex che lavora per il settore automobilistico. La casa madre è indiana: anche dalla nazione percepita, con la Cina, in continua crescita arrivano ordini di contenimento dei costi e tagli agli investimenti.

Il direttore della filiale inglese si adegua e fa una proposta indecente: vorrebbe acquistare i macchinari con un “operating lease”. Cioè affitto mensile, senza anticipo, riscatto dopo tre anni, come già fa con un costruttore di centri di lavoro, la cinese Feeler. Le uniche condizioni del fornitore sono il pagamento di almeno sei rate, e il preavviso di soli tre mesi in caso di restituzione anticipata. Hanno già acquistato cinque centri con questa formula: il lavoro che generano permette di creare un cash flow sufficiente a ripagarli ratealmente.

Tra l’altro lo stabilimento inglese non deve richiedere autorizzazioni alla casa madre indiana perché non sono coinvolti anticipi, e se gli ordini dovessero interrompersi potrà sempre restituire il macchinario. Quando si nomina la parola magica “flessibilità” bisognerebbe ricordare che molte aziende italiane affrontano oggi un mercato terribile, dove addirittura si chiede al fornitore di sostituirsi agli istituti di credito spesso avulsi dall’economia reale. In Europa l’Inghilterra è un “caso” grave, ma analoghe richieste di affitto a lungo termine arrivano anche dalla Germania.

Il caso inglese è tra l’altro indicativo per comprendere i meccanismi delle bolle speculative: vent’anni fa per un mutuo sulla casa bisognava disporre di un anticipo del 10%. La banca finanziava una somma pari a tre volte il salario lordo annuale del contraente, oppure due volte e mezzo il salario annuale della coppia di coniugi. Negli ultimi anni invece non era richiesto alcun anticipo e si riceveva il 125% del valore della casa, prendendo a prestito fino a sei volte il salario lordo annuale. Il prezzo delle case si era progressivamente gonfiato grazie a una disponibilità anomala e straordinaria di denaro, raggiungendo la media di 190 mila sterline. Dopo la crisi serve un deposito del 20% e il tasso di interesse pubblicizzato da molte banche, cioè 3,5% oppure 4%, in realtà viene concesso soltanto a chi garantisce di pagare in anticipo la metà della casa.

Il prezzo medio delle case è oggi 160.000 sterline, è stato 140 mila alcuni mesi fa: comunque ancora proibitivo per chi deve costruire una famiglia. Tra l’altro la percentuale più alta di disoccupazione è proprio nella fascia dai 20 ai 30 anni, cioè tra chi non ha mai lavorato e non riesce nemmeno a partire. Intanto lo “scrapage scheme”, l’incentivo sulla rottamazione dei veicoli, sta finendo. Non era un granché: 2 mila sterline, l’equivalente di 2 mila euro perché oggi c’è parità di cambio tra euro e sterlina, fattore che favorisce l’export (il 75% delle auto prodotte in Inghilterra è destinato “overseas”, oltre Manica).

Però all’aeroporto di Stansted mezz’ora di parcheggio di sosta breve costa 10 sterline, e la tassazione sul reddito e i salari è molto alta. Il geniale inventore di elettrodomestici Dyson trasloca gli stabilimenti in Malesia, perché il governo inglese non ha saputo, forse voluto, aiutare lui e in genere tutta l’industria manifatturiera. Potrebbe essere un monito per l’Italia che ancora deve ideare le riforme e gli interventi a lungo termine per l’industria: quella che fino a pochi mesi fa era un esempio di eccellenza nel mondo, e rischia invece di imitare il “modello” britannico.

10 novembre 2009


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