Non è mai troppo tardi per essere chi avresti potuto essere

It’s never too late to be who you might have been.
Non è mai troppo tardi per essere chi avresti potuto essere. Non a caso l’ha detto George Eliot, cioè Mary Anne Evans, scrittrice vittoriana che usava uno pseudonimo maschile, una femminista ante litteram che, dopo una vita di tanti mariti ed amanti, a 61 anni sposò un uomo di vent’anni più giovane.

Ne ho fatto il motto degli ultimi mesi visto che, a quasi 43 anni, nel settembre 2009, ho deciso di iscrivermi al corso di Lettere moderne dell’Università Cattolica di Brescia.
Un anno dopo, il 27 settembre 2010, ho concluso gli otto esami del primo anno, con la media del 29.
“Cosa c’è di strano?” avrebbe detto quel baffone che negli anni Ottanta si passava una mano tra i folti capelli dopo un tuffo in piscina. C’è di strano che lavoro a tempo pieno, spesso anche all’estero, ho una moglie e due figli.
Per parafrasare Dante, studiare e lavorare “intender non lo può chi non lo prova”.
Spesso i libri mi accompagnano nei viaggi all’estero: i due di storia romana sono stati nel trolley che lo scorso Marzo si è fatto cinque stati americani e quasi 3000 km in auto. La sera arrivavo nei motel a due piani, con l’ingresso che dà sul lungo e stretto terrazzo di accesso. Aprivo i libri ma crollavo sfinito dopo centinaia di miglia percorse lungo le freeways dove non vedi una casa per ore, e al massimo ti fermi per un hamburger quando fai il pieno di benzina.
Studio il sabato e la domenica, leggo a lungo prima di dormire, sfrutto le pause, le attese, porto sempre i libri con me. Non si sa mai che un aereo sia in ritardo, che ci sia una coda dal dottore o sull’autostrada.
Il problema è ricaricare, non ho il tempo di rifiatare, se non lavoro studio, e viceversa. Finito un esame bisogna trovare le forze, più che altro psichiche, per affrontarne un altro. Serve una straordinaria motivazione.
I professori sono tutti molto cordiali e disponibili, però i programmi sono giustamente concepiti per chi studia e basta, per chi dopo aver frequentato avrà 10 ore al giorno da dedicare allo studio.
Mi sento a volte anacronistico, ma tutta la mia vita è stata all’insegna del ritardo: mi sono sviluppato a diciotto anni, crescendo di venti centimentri in pochi mesi, quando ero ormai convinto che sarei rimasto un bambino piccolo e gracile.
Tornare sui banchi di scuola a questa età mi fa sentire come i salmoni che risalgono il fiume: per farlo serve proprio un misto di follia, un impulso genetico e molta forza.
Oppure mi fa sentire come il curioso caso di Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald: nato vecchio e tornato giovane nel tempo.
Quando arrivo davanti alle aule dove si tengono gli esami, i visi di decine di giovanissime ragazze si levano quasi contemporaneamente dai libri e dagli appunti che stanno ripassando, mi guardano con sorpresa e curiosità e mi sembra di leggere nei loro pensieri la stessa domanda: “ma cosa ci fa qui questo ‘vecio’?”. Se chiedo informazioni mi danno tutte del lei, a volte sono spaventate mentre mi avvicino per fare una domanda innocua, tipo “scusa è qui che fanno la prova di inglese?”. Io stesso mi sento in imbarazzo (potrebbero tutte essere le mie figlie), e addirittura temo credano che le voglia importunare.

Io ho sempre desiderato studiare, soprattutto la letteratura. Una passione genetica, insopprimibile, come l’istinto che suggerisce al salmone di tornare al fiume che l’ha generato.
I maestri Zen direbbero: “puoi diventare solo ciò che già sei”.

Credo che il mio esempio sia uno stimolo, anche scomodo, per i giovani studenti. Se ce la faccio io, con un lavoro e una famiglia, con una buona media di voti e rispettando i 60 crediti annui, a maggior ragione deve farcela chi fa solo quello, senza molte altre pressioni.
Studiare è un privilegio: vuol dire che qualcun altro ti paga la retta, e ti mantiene mentre finisci il tuo percorso formativo. Vuol dire, nonostante ci si senta molto impegnati, avere molto tempo libero. Arriverà il momento del lavoro e della famiglia, soprattutto quello del lavoro sarà difficile, competitivo, stressante, esigente, pieno di imprevisti e difficoltà. E ci si renderà conto di quanto era bello studiare.

Pubblicato sul numero 55 della rivista universitaria Fantafobal

1 dicembre 2010


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