Magnifica presenza di Ozpetek

In quanto io sono “nessuno”, sono uno dei pochi che può permettersi di giudicare in modo negativo l’ultimo film di Ozpetek: “Magnifica presenza”. I critici non possono urtare un mostro sacro come Ozpetek, nonché la prestigiosa Fandango (ormai radicata in tutti i media) che pur anche io apprezzo moltissimo. Ho raccolto sui quotidiani e i magazine troppe recensioni positive, brevi e con molte espressioni di circostanza: mi hanno ricordato il commento, che ho letto recentemente, del critico Filippo la Porta ad una silloge di poesie: “…componimenti limpidi, di semplicità quasi scandalosa…”.

In questo film Ozpetek non riesce a colpire e ad emozionare, come era successo in “Saturno contro” e in “Mine vaganti”. Tutto è solo accennato, troppi cameo: le interpretazioni di Buy, Fiorello e Proclemer meritavano di più, Germano ha il freno tirato, più adatto ad un musical, ad una favola (così come la casa che abita), con le pupille sempre dilatate come nei cartoni animati manga, in uno stupore di rarefazione che diventa alla lunga inconsistenza. Soprattutto si muovono sullo schermo clichè scontati: la cugina del protagonista, più adatta ad un film di Vanzina, oppure il medico ingenuo che cura le visioni, e altri ancora di contorno, più tipi e maschere che personaggi: il gioielliere che di notte si traveste da donna e fa marchette nel parco buio (e che tra l’altro ha la battuta migliore del film, la cito a braccio: “Preferisco farlo con i brutti. Si sentono in colpa e danno sempre qualcosa in più”); il vicino di casa omosessuale, bello e buono (infatti ha il nome evangelico di Paolo), l’aiuto regista omosessuale, bello e crudele. Fino all’apoteosi del cameo di Platinette: a metà tra l’oracolo di Matrix e Jabba the Hutt (come il mostro di Guerre stellari è disteso tra gli schiavi e fa uno strano schiocco con la lingua), maitresse di un laboratorio dove al posto dei cinesi ci sono transessuali pagliaccio deformati dalla chirurgia estetica.  L’omosessualità poteva avere un senso in “Mine vaganti”: indice di una diversità, di un’adesione ribelle alla propria natura contro le imposizioni della società e della famiglia, diversità nella quale in fondo si riconoscono in tanti. Ma alla lunga sta diventando una ingombrante presenza, nell’ultimo film è un dettaglio inutile, pleonastico, qualcosa che per Ozpetek sembra doverci stare sempre e comunque, a prescindere da trama, interpreti e messaggio.

30 marzo 2012


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