L’ultima generazione perduta è quella di idraulici e saldatori

I tedeschi sono precisi nei titoli accademici e professionali. Ricordo un Herr Ing. Dr. Prof. Klein che suonava come il Duca Conte Piercarlo Ing. Semenzara dei film di Fantozzi, ma aveva una sua coerenza ed esattezza. Perché Herr, cioè signore, in Germania non si può negare a nessuno, Ing. sta per laurea magistrale (altrimenti sarebbe Dipl. Ing.), Dr. è riservato solo a chi ha fatto un dottorato e Prof. ai professori universitari di ruolo.
Dopo quella sfilza di titoli il cognome finale, Klein, cioè “piccolo”, suonava però ironico.
In Italia le lauree brevi hanno creato false aspettative: tre anni e si è già dottori o ingegneri, titoli che, fino alla fine degli anni Settanta, quando l’università era un privilegio, appartenevano a chi aveva ruoli di prestigio. Così è rimasto un “bias”, cioè un pregiudizio, una distorsione: dopo la laurea triennale molti giovani  dottori e ingegneri credono di trovare velocemente un posto di lavoro importante. In realtà è cambiato tutto: in primis l’economia, la conoscenza e la società, nonché il ciclo di istruzione universitario.
Oggi la laurea magistrale è il requisito minimo, l’università e la votazione finale possono fare la differenza, è raccomandabile un master di specializzazione, l’inglese è dato per scontato e la seconda lingua aumenta le opportunità di trovare un lavoro.
Ma nel frattempo in Italia sono state trascurate le formazioni professionali che altre nazioni hanno continuato a coltivare grazie ad ottime scuole specializzate, oppure stanno rivitalizzando perché rientrano in patria produzioni un tempo trasferite nei Paesi emergenti. In Inghilterra e in Germania l’apprendistato in azienda è importante e dura almeno tre anni. Contemporaneamente si frequentano lezioni teoriche. In Germania, dopo almeno 5 anni di esperienza lavorativa e al termine dell’apprendistato, si sostiene l’esame di “Meister”, con varie specializzazioni: titolo, nonché “patentino”, che permette di mettersi in proprio.
In America l’ultima “lost generation” è la generazione perduta di tecnici: programmatori software, idraulici, saldatori, operatori di macchine utensili, ecc. perché i “millenial”, cioè nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, correvano ad iscriversi ad architettura, informatica, economia e marketing, e la produzione, che ora in parte rientra, veniva trasferita nei Paesi dove la manodopera costava meno.
Oggi però servirebbero molti tecnici, là come qui, e troverebbero più facilmente un lavoro.

Lettera dall’industria, pubblicata sul Giornale di Brescia del 1 Maggio 2014

5 maggio 2014


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