Luigi Meneghello: il Tolkien della lingua che sarebbe piaciuto a Auerbach

“Trapianti” non è una lettura facile: breve ma complesso, in teoria prevede la conoscenza della lingua inglese, mentre il dialetto costringe ad uno sforzo supplementare, quasi una recita ad alta voce per ritrovare nella pronuncia la contiguità con dialetti a noi più famigliari. Invece queste poesie potrebbero già da sole avere una vita propria; in una nota dell’ultima pagina Luigi Meneghello dichiara l’intento “immodesto” di “rinnovare l’accensione lirica degli originali”, non certo per tradurli, piuttosto rifarli. Intanto se accostate al testo a fronte moltiplicano le allitterazioni (“eyes knees” è “oci zenoci”), le rime, e ne creano di nuove: gli innesti germogliano, sono metamorfosi che danno all’originale un valore aggiunto invisibile ad una prima lettura, o meglio se separato dalla traduzione.

Varrebbe la pena imparare l’inglese e approfondire il vicentino di Malo solo per leggere Meneghello. Lo sforzo sarebbe ampiamente ripagato: si entrerebbe in un universo semantico e una cosmologia linguistica pari a quella dantesca, e stupisce che gli studi critici su questo scrittore siano ancora rari. Meneghello è un Tolkien della lingua, la mescolanza di stili, la sua “locutio vulgaris” avrebbe infiammato Erich Auerbach che lo definirebbe un erede del realismo della letteratura occidentale che proprio in Dante ha avuto il primo maestro.

Tutti i romanzi (ricordiamo, fra gli altri, il capolavoro “Libera nos a Malo”), gli articoli, i frammenti di Meneghello sono contraddistinti da uno studio filologico rigoroso, un plurilinguismo che è insieme fisico, culturale, etico, antropologico, coerente nell’identità di vita e scrittura.

In primis il dialetto, la vera lingua madre, assoluta convergenza tra sentire e ascoltare, perché “oseleto” è magari uno “scalzacane” ma terribilmente vivo, mentre “uccellino” ha l’occhio vitreo: è quella la lingua dei sensi, se muore una sua parola scompare anche la cosa che nomina. Fortunatamente il distacco è spesso ritardato, le parole sono più dure a scomparire, e quella zona crepuscolare dilatata dal ricordo si fa nostalgia, racconto, mito, favola, e infine letteratura di una giovinezza, una famiglia, un paese.

La scrittura – e dunque l’italiano – è uno sforzo, una conquista postuma, fino al trauma dell’inglese di vocazione tardiva che contemporaneamente gli ha regalato l’euforia infantile, propria di chi ascolta, scopre, tocca, le parole e le cose per la prima volta.

Il “dispatrio”, la distanza geografica e culturale del suo anomalo esilio inglese, l’ha tenuto lontano dalle tentazioni della prosa ermetica e accademica che lui giudica un modo disonesto di scrivere ma soprattutto di vivere. Questo libro è un divertissement aulico, la dimostrazione che si può essere sublimi in dialetto, che la commedia può essere divina, è una risposta ironica alla scrittura pomposa, contro quel “ritegno de sti scritori” magari bravi a tenere le redini ma “sacramento, ‘ndo zelo el cavalo?”.

Fin dagli esordi Meneghello utilizza lo scarto comico tra dialetto e italiano, i “trasporti”, cioè cercare una parola che sembra italiano ma ricorda il dialetto: ad esempio definire le proprie zie “saccagnate”. L’intento è alterare il meno possibile il carico di significato ed esperienze di chi abita quella lingua: i trasporti sono diventati “trapianti” che saltando un passaggio finiscono direttamente nell’inglese. L’inglese è immediato, come il dialetto, per questo è più facile “regredire”, tradurre dall’inglese al dialetto, e i due idiomi, quando inseriti nell’italiano, servono a rafforzare, sono un corsivo all’ennesima potenza.

I versi in vicentino sembrano recitati da vari personaggi, eco dei numerosi che popolano i suoi libri: sulla scena immaginiamo una nonna che canta la ninna nanna, due comari che parlano del Nilo come di un amante incostante ma “su per l’Africa” capace di “robe tremende”, un vecchio con la lingua sciolta dal vino che dice “coioni ca semo”, e racconta il tempo che avanza mutuando la sua struggente filastrocca popolare niente meno che da Macbeth.

La “savage indignation” diventa “rabia selvadega”, il “coat” è un “tabaro”, il “queer” un “balengo”; le parole hanno un’espressività corporale, “le va via de sghenbo”, tanto che il corrispettivo inglese “aslant” non capiamo più se è tale o anche questo vernacolo. Nell’appendice, quando prova a spiegare come arriva a certe intuizioni, si spalanca un orizzonte più vasto, il “pleasure dome” di quel “can da l’os” di Kubla Khan diventa il “capanon” degli artigiani vicentini. E così diventa naturale identificarsi in Coleridge, interrotto nell’ispirazione da un noioso visitatore da Porlock, come se – spiega Meneghello  – arrivasse da noi “uno di Cogollo (Cogozzo diremmo a Brescia)”.

Luigi Meneghello
“Trapianti”
Rizzoli, pagg. 137, Euro 16,50

25 gennaio 2011


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