L’Italia piccola e povera

Un breve soggiorno in America aiuta a comprendere la definizione di “piccola e povera” che hanno attribuito a Marchionne, ormai americano, a proposito di Firenze (ma l’a. d. di Fiat ha recentemente acquistato una pagina del quotidiano di Firenze “la Nazione” per chiarire che lui non ha mai affermato una cosa del genere) .  Il Viminale avverte che Brescia è a rischio povertà. Cala, seppur di poco, l’export della Meccanica, il nostro distretto più rappresentativo. In settembre le immatricolazioni auto a Brescia sono crollate del 26,3%, in caduta da gennaio. Nel primo semestre 2012 l’utile netto di Chrysler è aumentato del 141%. “Marcioni”, come chiamano l’Ad di Fiat leggendo l’italiano con la pronuncia americana, “did a great job with Chrysler”, ha fatto un grande lavoro, mi dice l’americano medio che guida un monovolume Voyager . Per il 2012 si prevede una vendita di  17 milioni di “light veichles” (auto e autocarri leggeri) in Canada, USA e Messico, con le “Three Big” di Detroit protagoniste (e tra loro si distingue Chrysler con il 30,2% di incremento annuale), visto che controllano il 45% del mercato. La crisi del 2009 ha posticipato l’acquisto di un’auto portando l’età media nazionale vicino ai 7 anni: molti considerando che gli americani cambiano l’auto con la frequenza di un mandato presidenziale. Alla fiera della pressocolata di Indianapolis, un ingegnere livornese che ha ottenuto la cittadinanza statunitense mi dice: “nun ci penso nemmeno a tornare in Italia. Qui si vive facile”. Ecco un aggettivo che calza bene con l’America : facile, semplice. Noi spesso, con la nostra cultura e il senso estetico, dall’alto di filosofie e monumenti millenari, scadiamo nell’intellettualismo, nella speculazione, perdendo di vista il senso pratico, la concretezza del fare. Da qui l’Italia, dove Batman non è l’uomo pipistrello che difende da corruzione e criminalità, sembra davvero piccola e povera. All’arrivo a Malpensa un delegato Doxa, per conto della Banca d’Italia, mi chiede un voto per l’accoglienza statunitense. “Dieci” rispondo. “Da loro il cliente è re”. “Ma qualcuno utilizzerà queste interviste per capire che nel turismo l’Italia è arretrata e perde un’opportunità?”. “No, a loro interessa solo monitorare i flussi monetari tra le nazioni. Quando faccio le interviste alle partenze,  i turisti stranieri si lamentano per come sono stati trattati, molti vengono truffati nei conti di negozi e ristoranti. Già all’arrivo devono affidarsi ad un taxi costoso per andare in città, perché mancano trasporti adeguati”. Ritiro la mia valigia dopo il solito ritardo nel distribuirla. Almeno non è di cartone.

28 ottobre 2012


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