Le riforme mancate di un’Italia in ritardo

 

Ore 6:30, aeroporto di Verona, volo per Francoforte. In Germania nevica, il volo è annunciato per le 8:00. Poi alle 8:30, poi alle 9:00. Mi avvicino al banco e chiedo se decollerà davvero alle nove. “In realtà abbiamo l’autorizzazione per le dieci, ma speriamo di migliorarla”. Mi sembra una risposta emblematica, tipica anche delle nostre istituzioni: la prospettiva è pessima, ma si spera sempre di migliorarla. Così leggiamo tanti numeri che distraggono (come dopo le elezioni politiche dove nessuno ha perso), ma sono rare le azioni concrete. Nei prossimi tre anni l’ipotetico recupero del Pil italiano sarà trainato dalla quota di export, + 6% media annua: export che tornerà a salire dopo il biennio nero 2008-2009 e pesa per il 27% del Pil. Molte aziende italiane, da tempo internazionali, potranno dare un importante contributo, ma lo faranno da sole, grazie alla loro intraprendenza genetica, senza il supporto di riforme che sono promesse da anni. Il Centro Studi di Confindustria sottolinea che proprio le imprese esportatrici hanno sopportato meglio il peso della ristrutturazione, nonché tutte le sfide e trasformazioni dell’ultimo decennio.
Aggiunge però che: “l’Italia, ancora una volta, rimane indietro. Aumenta il conto delle riforme mancate o incomplete o inadeguate. Il confronto con la Germania è impietoso.” La ripresa che le aziende hanno avvertito nell’ultimo trimestre è trainata in buona parte dalla Germania, primo mercato di destinazione dei prodotti italiani. Il “miracolo” Germania non è casuale, raccoglie i frutti di cambiamenti strutturali impostati nei primi anni Duemila e che le altre nazioni hanno invece ignorato o posticipato. Legittimo che la Germania alzi la voce, chieda analoghi sacrifici: si sente l’unica virtuosa in una Comunità Europea spesso negligente, mentre molti le chiedono ulteriori sforzi, ad esempio di acquistare i bond pubblici delle nazioni in difficoltà. Anche l’Alluminium Federation in Inghilterra riconosce i “bright prospects”, le brillanti prospettive, per la Germania e i “continuing struggles”, i continui sforzi, delle economie definite “periferiche” di Irlanda, Spagna Portogallo e Grecia. Nel 2011 il debito della Grecia raggiungerà il 150% del Pil, quello dell’Irlanda il 100%, quello dell’Italia il 120%. Un altro significato di “struggles” è “risse”, termine che si adatta alla nostra situazione politica e rischia di trasformare anche noi in un’economia periferica.

12 gennaio 2011


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