Le parole perdute di Amelia Lynd

Nicola Gardini si conferma più artista che letterato: narratore, poeta, traduttore, saggista, docente (a Oxford ma spesso visiting professor anche in America), ad ogni libro passa con disinvoltura dalla critica letteraria al romanzo, dalla poesia (ha curato il Meridiano Mondadori di Ted Hughes) allo studio comparato, anche nel senso di interdisciplinare, del Rinascimento o di un canone italiano, con uno stile divulgativo che attinge alla vita e alle emozioni. L’ultimo libro è un romanzo che non a caso interseca ancora letteratura e formazione, intepretazione, anche nel senso di filosofia, e amore per i libri, vita interiore e sociale, in questo caso di condominio…

Condominio che è luogo metaforico, quasi un “nonluogo” come direbbe Augè, di un’Italia che negli anni Settanta, ma in fondo anche oggi, è intollerante e immatura. Le “lettere”, la definizione delle parole, il linguaggio, qui nel senso di lingua madre e lingua straniera, diventano una chiave per comprendere, cioè superare e accogliere, le relazioni, i sentimenti sublimi e meschini degli uomini. Luca, detto Chino, è il figlio adolescente della portinaia Elvira tiranneggiata dai condomini, e di un padre dagli ideali tanto fermi quanto la sua capacità di imparare. In quel palazzo di periferia in tutti i sensi Luca cerca un centro di attrazione, un punto fermo che lo aiuti a crescere e assecondare i suoi talenti. Per fortuna tra gli inquilini con cognomi emblematici, che già ci fanno immaginare i tratti somatici della Mantegazza e della Tavazzi, autori di atti mancati e piccoli omicidi figurati, arriva un uccello nobile, la professoressa Amelia Lynd: si libra sopra le galline che rimangono a terra, insegna a Chino una nuova prospettiva, il significato delle parole, di una lingua straniera e dunque anche della vita che appunto ci è sempre sconosciuta, altro da noi, a meno che qualcuno non ci faccia da mediatore, da traduttore. Non sveleremo il finale e l’ulteriore lezione del figlio di Amelia, il professore Ippolito, una figura che forse meritava più spazio perché “diverso”, e dunque migliore, in un mondo che avrebbe tanto bisogno di affrancarsi e nobilitarsi attraverso la conoscenza.

N.B. del 10 settembre 2012: Questo libro ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la narrativa.

9 aprile 2012


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