Le lettere di Giuseppe Pontiggia

Ho vagheggiato per anni un incontro con Giuseppe Pontiggia.
Invece, nell’arco di quasi dieci anni, gli ho parlato soltanto una volta, per pochi secondi.
Al termine di un corso di scrittura che aveva tenuto nella mia città, approfittando di un’attesa imprevista, prima che lo riportassero in stazione, mi ero avvicinato alla cattedra arrossendo, per mostrargli alcune righe e ricevere il suo illustre commento.

Iniziammo poi una corrispondenza: in occasione delle mie recensioni dei suoi libri sul quotidiano locale, o quando gli spedivo piccoli omaggi legati alle sue passioni.
Anzi, non osai spedirgli la prima recensione che scrissi dopo aver frequentato il suo corso.
Mi vergognai di un errore di stampa che aveva pregiudicato il testo: un “mai” era diventato un “ma” e il senso della frase si era addirittura capovolto. La spedì – per fortuna – un suo amico giornalista che quel sabato aveva letto la Pagina Libri del Giornale di Brescia.

Lui mi scrisse un biglietto di ringraziamento che ancora oggi considero un momento di svolta nella mia vita.
Scrisse che la mia recensione de “I contemporanei del futuro” gli aveva dato “…una gioia particolare, come quando si scopre che il libro ha trovato il suo lettore, quello per cui idealmente lo si era scritto”.
Io che faccio il lettore e lo scrittore come secondo lavoro, e ho inseguito fin dall’infanzia il sogno di un’altra vita, ricevetti da quel biglietto un incoraggiamento decisivo a proseguire.

Ogni sua lettera è stata per me un evento: sapevo che aveva poco tempo e che riceveva centinaia di richieste e contatti. Eppure trovava sempre il tempo per ringraziarmi e commentare i miei articoli. Quando le rileggo sento il privilegio e il dono di questo prezioso colloquio a distanza.

Forse sono colui al quale ha scritto l’ultima lettera, pochi giorni prima della morte improvvisa. Gli avevo spedito la bozza di un saggio sulla sua scrittura (poi pubblicato con l’Obliquo): prendendo spunto dalle traduzioni in inglese e tedesco del suo capolavoro “Nati due volte”, dai corsi di scrittura e dagli articoli sull’Album domenicale de Il Sole 24 Ore, cercai di ricavare una sorta di “metodo” Pontiggia, utile a tutti, per smascherare ad esempio gli inganni del linguaggio, e dunque anche quelli di fatto.

Rimase molto colpito dal mio saggio e lo definì “…un contributo fondamentale per capire il senso del mio lavoro e certi aspetti essenziali di quello che lei chiama il mio metodo e che ha approfondito – come nessuno ha fatto – ricordando i miei corsi di scrittura”.

Lo invitai molte volte a casa mia, promettendogli di preparare per l’occasione un “pranzo di Babette”.
Lo immagino sorridere alla lettura dei miei inviti un po’ ingenui.

“Teniamolo come appuntamento ideale”, mi rispose un giorno.

Pubblicato su www.teatronaturale.it il 28/6/2008 (a cinque anni dalla morte di Giuseppe Pontiggia)

11 agosto 2011


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