L’America dentro la palla di vetro

C’è un’America metafisica: nei quadri di Hopper, nel silenzio mistico del Grand Canyon, alle pompe di benzina del deserto e intorno ai motel che spezzano una linea dell’orizzonte uguale e piatta per centinaia di miglia, nelle notti convesse dall’alto di un aeroplano, sotto la calotta di una luce opaca, quando la metropoli sfuocata dalla ragnatela dell’inquinamento sembra un immenso porto, e la periferia buia che la circonda un mare nero pronto ad inghiottirla.
Oppure ti passa sullo schermo dei finestrini di un’automobile che corre in vie larghe come autostrade, lungo argini di grattacieli lucidi e i lampi di magnesio delle vetrine.

L’aveva già vista De Chirico nel 1938, che infatti chiamò New York “ Ville de Vitrines”, colpito dalla totale assenza di intimità dei grandissimi acquari silenziosi di alberghi negozi ed appartamenti.

Ed è rimasta come allora perché l’America nacque in un futuro che gli europei nemmeno immaginavano, per poi rimanere un monumento archeologico della modernità. I centri storici di alcune città assomigliano alla Gotham City di Barman: palazzi stile Liberty e Art Deco che sono già musei, l’unica architettura originale ma insieme anche l’ultima, in un paese che nel celebrare uno stile ne ha contemporaneamente decretato la fine e oggi continua a preferire la semplicità di monotone figure geometriche.

I grattacieli sono enormi lego di vetro incastrati in reticoli, eredità pratica dell’urbe romana dove le vie si tagliavano perpendicolarmente. Se mi portassero nel mezzo di una città americana potrei girarla per ore senza sapere dove mi trovo, perché hanno tutte la stessa architettura, le stesse catene di negozi, ognuna con le Street di tutti i punti cardinali e numerate dall’uno fino almeno al cento, le Capitol e Washington Avenue, i numeri civici in migliaia su strade che aprono la città come uno squarcio, dalle estremità violente e scalcianti dei suburbs alle interiora immobili della downtown.

Paradossalmente le città americane non vivono in spazi aperti : sono piuttosto la somma di scatole chiuse e trasparenti.

In America non esistono veneziane, tapparelle, griglie o tende. Molti alberghi, ad esempio, sono alveari dove le camere rivolgono le finestre a un quadrato interno, come i chiostri dei conventi. Per raggiungere i trenta piani ci sono due grandi ascensori, naturalmente trasparenti, e magari sul tetto un ristorante dentro una torre che gira, così la sera si può ammirare tutta la città dall’alto, quando ha spento la sua banalità culturale, la sua povertà estetica ed è finalmente più sopportabile. Da quell’altezza le automobili sono modellini giocattolo, un paesaggio in miniatura che basterebbe allungare la mano per toccarlo tutto, e che nella prospettiva deformante della distanza riduce il suo essere alieno e alienante. Il vetro è una barriera, l’altezza una fuga verticale, così come il “pigolio di stelle” pascoliano era un espediente poetico per esorcizzare il terrore cosmico.
I ristoranti, grandi gazebo in mezzo a prati di cemento, hanno il loro pezzo di “schermo” che dà sul marciapiede, la strada, il parcheggio. Nei negozi telecamere a circuito chiuso e monitor moltiplicano i punti di vista.

L’America celebra la “ciclopia” dei sensi, conferisce agli occhi il primato assoluto, ovunque si sta dentro un cinema che ha già i colori ma non ancora il sonoro. Di notte i grattacieli sono obbligati a mantenere un certo numero di uffici illuminati, perché il mito delle città americane bruci senza sosta come il fuoco dei primitivi che garantiva loro la sopravvivenza.

Anche treni, automobili e autobus sono abitacoli chiusi e separati dal resto del mondo, mentre ci si sposta da uno all’altro limitando il contatto con l’esterno. Si possono compiere operazioni bancarie, acquistare una pizza o un sandwich senza scendere dall’autovettura, ci sono bus di cortesia che attendono fuori dagli alberghi per portarti in qualsiasi destinazione.

Nei weekend invernali, gli alberghi degli stati del nord applicano tariffe speciali a intere famiglie che trascorrono due giorni accanto alla piscina riscaldata, senza uscire all’aria aperta nemmeno per pochi minuti. Per fare spese in centro invece si possono usare tubi sopraelevati, i cosiddetti “skywalk” sospesi sulle strade, riscaldati e protetti da telecamere collegano gli edifici più importanti per evitare il freddo e la neve.

In Italia ci si trovava in centro, per strada, al bar o in piazza. Oggi anche nei mall, supermercati grandi come un quartiere che abbiamo importato dall’America. In un mall americano c’è infatti la piazza con piante e fontane, incroci e vie che s’intersecano. Ci puoi trovare combriccole di ragazzi che chiacchierano e familiarizzano tra un gelato e un sacchetto di pop corn, anziani seduti sulle panchine ad aspettare la chiusura, bambini che giocano a nascondino mentre le mamme fanno la maglia, le spese o si dilettano nella lettura.
Molte famiglie si riuniscono per il pranzo domenicale in uno dei fast food all’interno del mall. Nel mezzo del “Mall of America” di Minneapolis – il più grande centro commerciale del mondo – c’è un percorso per boy scout e le montagne russe. Il tutto naturalmente racchiuso in una vetro facciata.

I supermercati americani sono vere e proprie isole pedonali, metafora di una civiltà sotterrata in una teca asettica dalla temperatura mantenuta costante in maniera artificiale, caldo torrido in inverno e freddo polare in estate. L’ambiente esterno viene contrastato ed isolato, esorcizzato, scappando su isole dove non esistono né sudore né brividi, ma nemmeno la minaccia della violenza che proprio da là fuori potrebbe venire.

Attraverso stretti tunnel di aria, si corre da una trincea all’altra, perseguitati dall’agorafobia, cercando protezione e riparo dai pericoli, con la paura di rimanere “chiusi fuori”.

Così l’America, che sta “al sicuro” dentro una boccia di vetro piena d’acqua e palline di polistirolo, lascia che, intanto, il resto del mondo la scuota e la ammiri come un grande souvenir.

23 dicembre 2010


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