La morte eroica nell’antica Grecia

Ci sono libri che hanno una lunghezza inversamente proporzionale al valore del loro contenuto.
“La morte eroica nell’antica Grecia” è la trascrizione di una breve conferenza del celebre storico dell’antichità Jean-Pierre Vernant: stampata nel mini formato tipico della collana “Nugae” delle edizioni “il Melangolo” ha sole 46 pagine, compresa la bibliografia e il profilo dell’autore.
Eppure va letto tutto, meditando sulla maggior parte dei periodi che lo stile, tipico di una divulgazione orale per un pubblico ampio, rende ancora più intensi anziché semplificarli.
Allievo di Ignace Meyerson, inventore della psicologia storica, e di Luis Gernet, fondatore della antropologia storica, Vernant è la figura ideale per trattare l’argomento: membro del movimento di resistenza “Liberation Sud” nella seconda guerra mondiale, durante lo sbarco in Normandia guida l’insurrezione di Tolosa, un periodo che il filosofo francese in un’intervista definì sì terribile e drammatico, ma al contempo (e lo si capisce leggendo questo libro) molto felice.
Nella cultura greca antica il tema della morte è talmente vasto e emblematico che la figura di Achille aiuta l’autore a introdurlo. Nel suo essere metà uomo e metà dio, simbolo della kalokagathia, cioè “bello è anche buono”, Achille riassume infatti la scelta e il dilemma metafisico tra due forme di vita: una tranquilla, anonima e lunga, da “buon padre di famiglia” diremmo oggi, e una vita sempre nella prima linea della battaglia, mettendo tutto in gioco, e dunque breve, destinata alla kalòs thánatos, cioè alla “bella morte”. É anche una sorta di “tutto o niente”, tra valori e beni che si perdono, e possono venir sostituiti, e beni che non si possono recuperare, come appunto l’onore eroico. La morte del giovane uomo in battaglia diventa il momento di massima espansione, l’impresa distintiva prima del nulla, prima dell’Ade; il suo mito e racconto, in un’epoca dove non si è ancora sviluppata una vera e propria scrittura, costruisce l’identità e la genealogia di un popolo, stabilisce i confini del suo mondo di ideali. I bambini greci imparano a memoria l’Iliade. La religione dei greci è mondana, il sacro e il religioso stanno nel mondo, gli dei sono nel cosmo.
Ma come contrappunto i greci intendono la morte anche come qualcosa di terribile: è orrore, anonimato e assurdo perfino quando appartiene al giovane eroe. Ulisse incontra Achille nel regno delle ombre e lo definisce “re dei morti”, ma lui risponde che preferirebbe essere l’ultimo degli schiavi di uno zotico infelice in un letamaio, ma vivo, piuttosto che Achille morto. E dunque – paradossalmente – si cerca di vincerla con la morte stessa, perché la vita vale davvero la pena se si riesce a darle un senso prima che sia troppo tardi.

Jean Pierre Vernant
La morte eroica nell’antica Grecia
Il Melangolo
Pagg. 46, Euro 8,00

8 agosto 2011


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