La linea gotica di Ottiero Ottieri

Un po’ Fernando Pessoa, un po’ Emil Cioran e Paul Valery: Ottiero Ottieri è un filosofo prima che uno scrittore, un pensatore fuori dagli schemi. C’è un male di vivere che nemmeno lui riesce a definire e lo tiene lontano da tutte le esaltazioni ideologiche e i delirî narcisistici, e dunque anche dalle classificazioni: letterato impegnato, intellettuale politico sono definizioni sulle quali lui stesso ironizza e che anzi, rileggendolo oggi, ci sembrano molto parziali.
“La linea gotica” è un diario apparentemente privato, pubblicato nel 1963 ma scritto negli anni Cinquanta: un decennio chiave per le fabbriche, gli operai, le trasformazioni sociali che lui prova a capire dall’interno di un punto di vista anomalo, diviso nelle aspirazioni ideali tra la condizione di operaio e scrittore, tra fabbrica e cultura, tra letteratura e lavoro, in quel complesso che è una “tragedia antica”, come scrive  il poeta Massimo Ferretti: “devo scrivere e vorrei ballare”. In una lettera inedita ad Adriano Olivetti, pubblicata il 6 agosto dal quotidiano la Repubblica, chiede infatti di poter svolgere quel tanto agognato tirocinio in officina, dove elaborare preziose riflessioni  “utili per lo studio del fattore umano”.
Il suo è un tentativo di andare oltre qualsiasi analisi storica, economica, sociale, psicologica, che pur leggiamo tutte grazie a frasi esemplari, aneddoti, alcuni scorci ed esempi di vita vera che condensano interi saggi. Ottieri sfrutta piuttosto se stesso, la sua nevrosi e la sua depressione come lenti d’ingrandimento: “non scrivo col mestiere, ma con la vita”. Per capire, almeno provarci perché era segnato da un destino di straordinaria sensibilità e lucidità. In un’intervista disse: “…in questa continua presa di coscienza, che è anche una po’ una presa per il bavero, perché stanca alla lunga prendere sempre coscienza…però sono le forche caudine che deve attraversare ogni uomo…”.
Il suo fu un “orrore privato” che apparentemente, confessa lui stesso, non poteva né voleva raccontare. “Eppure certi momenti sembra tutto”.  L’orrore del disincanto, della comprensione: “Capire è star male? Star male è capire? Vecchia, antipatica storia.”
Nella prima edizione Bompiani in un segnalibro recensione (quando ancora non c’era il risvolto di copertina), si sottolinea che “Ottieri mette avanti una nuova dimensione: quella della società avanzata e dell’individuo arretrato, perché senza equilibrio”. Un rapporto inversamente proporzionale tra la società che progredisce e l’uomo che indietreggia: doppia illusione perché lo sviluppo era solo quantitativo e la regressione interiore in realtà un antidoto. Ma agli occhi dei critici e dei lettori degli anni Sessanta la mancanza di equilibrio dell’autore lo rendeva primitivo e superato: destino crudele per tutti quelli che, precedendo il proprio tempo, “hanno poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi”, come disse Stanislaw Jerzy Lec.
Proprio alla fine del libro Ottieri stesso si difende da chi lo accusa di “mancare d’infamia, di non sgarrare mai, imprigionato nel suo stile, stretto nei limiti delle buone qualità, un asceta senza colpa, senza carne”. Conscio però che se dovesse sgarrare e peccare lo condannerebbero comunque e puntualmente… (continua)
Invece nella prefazione dell’edizione 2012 di Guanda (nel decennale della morte), Furio Colombo definisce giustamente questo libro “una profezia” dove l’inquietudine dell’autore è diventata nel frattempo la Storia. Infatti, come tutti i libri migliori, “La linea gotica” sembra scritto oggi che per certi versi siamo tornati ad allora: la crisi nel mondo del lavoro e dell’economia ricorda le difficoltà della ricostruzione post bellica mentre ancora dovevano prendere forma un sindacato, una legislazione, un nuovo modo di lavorare e produrre merci  prima inesistenti.
Oggi le industrie sopravissute per necessità tornano come sessant’anni fa a rapporti più gerarchici, a logiche più strette di profitto, s’inventano nuovi prodotti e modi di realizzarli. “Bisogna lavorare di più, assumere di meno, licenziare” scrive Ottieri nel 1953: potrebbe essere il titolo di un quotidiano economico contemporaneo che riporta le parole degli imprenditori scampati alla falcidia della peggior crisi del secolo.
La letteratura industriale va rivalutata, diamo merito a critici come Giuseppe Lupo e al loro lavoro di recupero: perché la fabbrica diventa il luogo elettivo per capire tutto il resto, allora come oggi, perché essa è – come scrive lo stesso Ottieri – “ragione di tutto”.
In particolare in Italia dove la fabbrica tocca tutti noi, in vari modi: anzi solo qui, come in nessun altro Paese, ci ha segnato, categoria trasversale, addirittura metafisica.

La linea gotica
Ottiero Ottieri
Guanda 2012, pagg. 297
Prefazione di Furio Colombo

15 agosto 2013


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