La figlia oscura di Elena Ferrante

Ogni libro di Elena Ferrante rinnova il consueto ed inutile gossip della sua identità. Invece è bene confrontarsi esclusivamente con il testo, come dovrebbe succedere sempre, senza gli inevitabili condizionamenti di un volto e della sua storia privata. In un periodo di esasperata visibilità, dove conta solo riempire gli schermi e le pagine, piace incontrare un’umile eccezione che misura le pubblicazioni, si schermisce del successo, rimane defilata, si chiede – nella raccolta epistolare dal titolo “La frantumaglia” – se le personali riflessioni sulla scrittura siano davvero utili.

Ma quando si è chiamati a giudicare i suoi libri il principio si ribalta, dall’understatement si passa a un enfatico entusiasmo, sarà la gioia rara di aver “scoperto”, finalmente, un libro di valore.

Oggi il macabro e l’horror dominano il cinema e la letteratura, sembra che esista solo il romanzo giallo, o che non si possa costruire tensione senza ricorrere alla follia del serial killer, alla vista delle interiora (quanto ci manca Giorgio Scerbanenco).
Invece “La figlia oscura” è una sorta di lezione che ribalta lo schema classico: la banale sottrazione di una vecchia bambola spelata e temporaneamente abbandonata sulla spiaggia, mette il lettore in apnea molto più che nelle indagini di un omicidio.

Ma a Elena Ferrante non serve costruire un intreccio avvincente per inchiodare il lettore alla pagina. Il lavoro è piuttosto emotivo: la psiche della protagonista è anche quella di chi legge, nell’adesione universale propria della letteratura indipendentemente dai dettagli delle migliaia di biografie personali. Ecco perché è assurdo voler riconoscere la scrittrice, come se la curva della schiena di Leopardi possa essere davvero determinante, anzi indispensabile, per comprendere la sua filosofia. Una distrazione fatale che allontana dalla vera questione, dall’abisso che si spalanca come sempre sulle pagine della Ferrante: i lati oscuri del genitore, il rapporto torbido tra madre e figlia, la complessa indecifrabilità della nostra natura, il recupero postumo della comprensione grazie al ciclo più semplice e banale della vita, quello temporale, oppure in un incontro apparentemente ordinario, in un gesto istintivo.

Affinché la madre diventi una donna e il padre un uomo, e i figli un padre o una madre, o che solo si riconosca la propria miseria – una condizione umana impossibile da giudicare per chi guarda e da sopportare per chi vive – serve sempre un percorso lunghissimo di riconoscimento, un viaggio angosciante, e senza ritorno, verso la morte.

Elena Ferrante
La figlia oscura
Edizioni e/o
Pagg. 141, Euro 14,50

16 giugno 2011


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