La felicità

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.

Felicità del sùghero abbandonato
alla corrente

Questi meravigliosi versi di Eugenio Montale mi hanno sempre dato la misura e la natura della felicità: innanzitutto la felicità è temporanea, parziale, circoscritta, una sospensione. Si è in bilico perché la felicità potrebbe finire da un momento all’altro, è l’equilibrio di funambolo sul filo di un rasoio appunto. Dunque se è tale, per associazione con il famoso carpe diem, diventa un momento  da assaporare fino in fondo, da bere a garganella quando c’è (ancora Montale: C’è chi ama / bere la vita a gocce o a garganella; / ma la bottiglia è quella, non si può / riempirla quando è vuota).
Inoltre associo spesso la felicità all’abbandonarsi, al lasciarsi andare: non lottare contro la corrente, contro la stream of life, piuttosto assecondarla: un anti eroismo, un sublime dal basso, un’ aurea mediocritas, una saggezza delfica.  Molti obietteranno che così facendo si permettono anche soprusi e dittature, ingiustizie e tirannie. Ma credo che molta infelicità sia dovuta all’adesione indotta (e dunque non sentita) di un modello distorto di “resistenza” a prescindere, oppure un’affermazione di sé a qualunque costo (quale sé però non è dato sapere, né si vuole davvero conoscere)…
La felicità come la intende Montale ritorna in piccolo, in forma metaforica, anche nella lettura:  i migliori libri sono una pausa, un hortus conclusus dove inventare nuove vite, immaginarne di alternative, dimenticare la propria, oppure arricchirla, moltiplicarla, o ancora rivalutarla, comprenderla meglio. Nonché un cedere e lasciare che la pagina entri dentro di noi, ci suggestioni, ci affascini, ci conquisti, o addirittura ci scuota fino a, come dice Kafka, farsi ascia che spezza il mare gelato dentro di noi.
Sarò scontato ma devo citare ancora Kafka: un brevissimo racconto, pressoché sconosciuto, tratto dalla raccolta “Contemplazione” del 1913, con la delicatezza che contraddistingue lo scrittore praghese,  aggiunge mirabilmente – anche grazie alla traduzione perfetta di Giorgio Zampa – un’altra caratteristica della felicità: il sollievo per lo scampato pericolo. Spesso siamo vittime delle nostre paure, carichiamo di significato ogni cosa, minimo evento e parola. Che bello quando invece tutto si ridimensiona, perde la carica esplosiva che gli avevamo concesso, si libera di quel “sovrasenso” che solo un mezzo potente qual è la nostra mente può inventare.
“Se camminando di notte per strada e un uomo ci corre incontro, visibile da lontano, perché la strada è in salita e c’è la luna piena, non faremo nulla per trattenerlo, anche se è debole e lacero, anche se qualcuno lo insegue gridando, ma lo faremo continuare nella sua corsa. È notte e non è colpa nostra se la strada sale sotto la luna piena, inoltre può darsi che i due abbiano inscenato l’inseguimento per gioco, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito senza colpa, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla uno dell’altro e ciascuno corre, per suo conto, a letto, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato.
E, da ultimo, non ci è lecito essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino?
Che sollievo non vedere più neppure il secondo.”

25 settembre 2012


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