Italia nuovo terzo mondo

Alla recente assemblea annuale di Amafond (nella foto a destra il presidente Francesco Savelli), l’associazione dei costruttori di macchine e dei fornitori della fonderia, sono stati illustrati i dati macro economici e quelli specifici del settore. Il quadro è rassicurante per il distretto meccanica e metalli dove Brescia è capitale italiana ed europea: l’anno prossimo la fonderia dei metalli ferrosi e non ferrosi dovrebbe tenere nonostante la “double dip recession”, una seconda e peggiore recessione che tutti temono. Ma alcuni dati sono molto sconfortanti: in Italia si costruiscono 400.000 autovetture all’anno, meno di un quarto di quelle prodotte in Spagna che pur consideriamo uno dei “Pigs”, i paesi con i conti pubblici più precari. Presto il Marocco costruirà più autovetture che l’Italia. Non chiamiamo più alcuni mercati “emergenti”, si è spesso ripetuto durante l’assemblea, perché sono già emersi. E cambiamo la nostra idea di Terzo Mondo aggiungo, perché per certi settori in quel mondo abitano anche gli italiani. Un nome storico come Teksid Aluminum, un tempo leader tecnologico, ha ricordato sconsolata di aver venduto tutte le sue fonderie ad un gruppo messicano. L’ultima sopravvissuta a Carmagnola fornisce soltanto la casa madre Fiat con metodi e macchinari da rinnovare. Il direttore della nuova ICE, oggi Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese, mostra che, anziché una distribuzione più equa nel manifatturiero, tutti gli incentivi governativi sono andati alle energie rinnovabili. Poco dopo Vittorio Sgarbi ricorda che in Puglia e in Sicilia ci sono 1600 pale eoliche in ogni regione: deturpano il paesaggio e la metà già non funziona. L’intervento più interessante è di un dirigente bancario che, dopo 37 anni di carriera sul territorio bresciano, sottolinea i limiti dei nostri imprenditori: diffidenza verso le alleanze, scarsa capitalizzazione, tendenza ad accentrare e a non delegare i propri collaboratori. Auspica un modo più tradizionale di fare impresa e dunque banca, perché si è tutti sulla stessa barca. Per troppo tempo sono stati utilizzati soldi virtuali sfruttando le leve finanziarie dei debiti, gonfiando le speculazioni, senza tener conto dei principi fondamentali, che il guadagno viene solo dal lavoro sudato. Nonché bisogna tornare a parlarsi: la banca deve capire l’azienda, ma anche viceversa. E l’imprenditore non deve vergognarsi di alzare la mano, chiedere aiuto per tempo quando è in difficoltà.

12 dicembre 2012


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