Il senso di una fine di Julian Barnes

Quando Paolo Giordano fece il pieno di lettori e di premi con “La solitudine dei numeri primi”, molti si chiesero come potesse un libro così amaro avere un riscontro così ampio. Eppure il successo di quel libro stava proprio nel suo raccontare in modo quasi cronachistico, senza aggiungere altro (come in un  certo senso piaceva a Flaubert e Kafka), la nostra vita contemporanea, dove spesso non c’è né passione né slancio, né valori né obiettivi, piuttosto molto dolore, incapacità di farsi capire e di comprendere gli altri. Anche leggendo l’ultimo libro di Julian Barnes si intuisce perché abbia vinto il “Booker Prize”, il più prestigioso premio letterario inglese: un’altra storia ordinaria, dove si potrà riconoscere la maggioranza di un’umanità senza particolari qualità, paga di un’esistenza media seppur non sempre in senso negativo e svalutativo: l’aurea mediocritas è un’ambizione in tempi troppo complicati dove gli obiettivi si moltiplicano e sovrappongono, o sono già irraggiungibili in partenza, mentre le nostre capacità sono limitate dalla genetica e dall’ambiente. Apprezzabile che il protagonista del romanzo, Tony Webster, riconosca almeno le distorsioni compensatrici dei ricordi, le auto giustificazioni che tutti inevitabilmente costruiamo quando facciamo un bilancio o rileggiamo il nostro passato, incapaci di ammettere le nostre colpe effettive. La sua è una “saggezza di ritorno”, tipica dell’età avanzata quando ci si può permettere l’autoironia, la pazienza e il distacco. Le amicizie e gli amori dell’università, un periodo di formazione chiave, di sentimenti insieme netti e in costruzione, estremi e temporanei, erano fantasmi lontani che si materializzano più vivi che mai durante la sua tranquilla pensione, dopo l’eredità inaspettata e sorprendente di un vecchio diario. Tony impara che la vita è sempre più imprevedibile della presunzione di comprenderla, che “la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”, tanto che questo romanzo-diario è anche una riflessione sulla scrittura, nonché sulla lettura, e in genere la letteratura, da intendersi come cura, come opportunità di leggere le storie, normali, degli altri per dare un senso, ancora più normale, alla nostra.

Julian Barnes
Il senso di una fine
Einaudi, Pagg. 160,  Euro 17,50

26 agosto 2012


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