Il paradosso Alitalia, azienda in perdita alla quale viene impedito di fallire

Milton Friedman, Nobel per l’economia, padre della famosa frase “nessun pasto è gratis”, sta passeggiando a Hyde Park con George Stigler, un altro Nobel per l’economia. Stigler vede una banconota sul marciapiede e la fa notare al collega. Friedman invece continua a camminare e replica: “No George, se ci fosse una banconota sul marciapiede qualcuno l’avrebbe già raccolta”.
Nessun pasto è gratis vale soprattutto per quelli serviti sugli aerei: nel 2012 il profitto netto delle compagnie aeree nel mondo è stato in media dell’1,1%.
Dal 2000 i profitti netti del settore hanno frequenti picchi verso il basso (nel 2002, 2005 e 2008), e nella media sono da allora sempre negativi. In America sono fallite tutte le compagnie principali; in Europa Sabena e Swissair tra le altre, ma non stanno bene nemmeno le più prestigiose, da ultima British Airways. Fa profitti a due cifre solo Ryanair perché ha rivoluzionato l’idea tradizionale di business.
Ethiad e Emirates investono 150 miliardi di dollari per acquistare 300 aeromobili da Boeing e Airbus, ma è un’operazione politica, finanziata dagli emiri del petrolio che diversificano gli investimenti.
Mentre la Corte dei Conti chiede 2 miliardi di danni a 16 ex manager Alitalia, perché lo Stato italiano si ostina a salvarla per l’ennesima volta, rifinanziando un settore che nel migliore dei casi contiene le perdite? Stefano Marazzani è originario di Santicolo vicino a Edolo: per anni è stato il responsabile della Manutenzione di Alitalia all’aeroporto di Fiumicino. Il giro d’affari era di circa 550 milioni di Euro all’anno, e il servizio era talmente buono che veniva svolto anche per altre compagnie, tra le quali Lufthansa, Continental e Air France. Nonostante tutto gli italiani sono ottimi tecnici, stimati in tutto il mondo.
Ma quell’intera divisione è stato smantellata attraverso i vari passaggi e gli scorpori tra “bad” e “good company”, mentre si facevano tentativi inutili di salvare ciò che strutturalmente è impossibile da salvare. Possiamo permetterci di perseverare, magari in virtù del fatto che una nazione “deve” avere una compagnia di bandiera? Perché le aziende “normali”, private, possono anche fallire, indipendentemente dalla loro eventuale eccellenza tecnologica, mentre quelle pubbliche no? Riuscirà la politica Italiana a non intestardirsi nel tutelare alcune aziende, creando piuttosto i presupposti affinché tutti possano competere nei mercati internazionali?

Pubblicato a pag. 36 del Giornale di Brescia di Martedì 24 dicembre 2013, rubrica “Lettera dall’industria”

28 dicembre 2013


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