Il fil rouge del pensiero di Umberto Galimberti

Abbiamo incontrato Umberto Galimberti nel 2006 e nel 2010, in occasione di un seminario di filosofia.

Allievo di Emanuele Severino e di Karl Jaspers, studioso di Heidegger, psicoanalista junghiano, professore alla Ca’ Foscari, Galimberti è noto ad un pubblico eterogeneo per la sua collaborazione a Repubblica, per gli interventi radiofonici, ma soprattutto andrebbe ricordato perché autore di decine di libri (tra cui un monumentale “Dizionario di Psicologia” per Utet e poi Garzanti, che – ci racconta lui stesso – gli ha “portato via nove anni” e fu affidato intenzionalmente ad un filosofo, più neutrale e obiettivo di uno psicologo), molti dei quali sono oggi testi di riferimento, soprattutto perché analizzano l’uomo contemporaneo nella società della tecnica, una sorta di nuova religione occidentale che ha sovvertito qualsiasi ordine e riferimento, scaraventando l’uomo in uno dimensione di razionalità pura, antitetica alle passioni e soprattutto al sacro, nell’accezione particolare di questo termine che Galimberti ha provato a definire negli ultimi libri.

Durante le lezioni ha stupito la sua resa espressiva, la chiarezza dell’esposizione verbale che pur attinge da una cultura straordinaria e trasversale, che spiega epoche e concetti complessi nella loro evoluzione culturale, etimologica e antropologica, e sembra mimare il ragionamento, accompagnare i passi della logica, una capacità che – ci ricorda – gli è stata insegnata da un bresciano, Emanuele Severino.

Umile e disponibile, accompagnato da una voce profonda che s’incide nel sistema limbico, ricorda infatti che dovrebbero insegnare solo le personalità carismatiche, che si apprende e s’insegna per plagio.

Nel frattempo è in corso di ripubblicazione la sua opera omnia. Su alcuni libri gli interventi dell’autore sono consistenti, consapevole dell’evoluzione rapida di alcune parole chiave come “corpo” o “scienza”. Mentre un tempo non ne intuiva il valore, ricorda che l’amico Giuseppe Pontiggia gli aveva indicato la riscrittura dei propri libri come un segno di maturità, e ci confessa che “l’operazione genera oggi un duplice sentimento: gratificazione, perché verifico la validità delle mie conquiste di allora, e malinconia, perché mi rendo conto di chiudere una partita, di costruire una sorta di tomba”.

Se si può rintracciare un filo rosso della sua carriera filosofica ed intellettuale, il percorso inizia nel 1975, con “Il tramonto dell’Occidente”, quello che già intravedeva Heidegger, caratterizzato dal pensiero calcolante, perché elimina l’uomo che invece non sta all’angusta razionalità delle macchine. Da lì Galimberti si è interessato all’uomo, al corpo innanzitutto (nel 1983 esce infatti “Il corpo”), letto in maniera fenomenologia, in relazione con il mondo, il “Lebenswelt” di Husserl, letteralmente “il mondo della vita”, contrapposto al corpo scientifico come sommatoria di organi.

Dal corpo è passato all’anima, nel 1987 con “Equivoci dell’anima” e nel 1996 con “Paesaggi dell’anima”, perché proprio il concetto di anima, da Platone a Cartesio, è progenitore del pensiero calcolante e prepara il trionfo della ragione scientifica e strumentale, la contemporanea età della tecnica. Da qui lo studio della follia, intesa come sede del linguaggio simbolico che si contrappone a quello razionale, e del “sacro” in un’accezione più ampia e originale, al quale dedica nel 2000 il libro “Orme del sacro”, fino al più recente “La casa di psiche”, quasi una summa del suo pensiero per svelare le metafore povere della psicanalisi e restituire alla filosofia la potenza che aveva in origine, nel mondo greco antico, tanto da diventare uno strumento importante per capire il senso dell’esistenza, la “techne alipias” del sofista Antifonte che utilizzava la filosofia come tecnica per eliminare il dolore. Riconosce che la sua è un’altalena tra corpo e anima, follia e ragione, e confessa di avere oggi un forte coinvolgimento emotivo per i problemi etici, inevitabili in un mondo che ci sta mettendo di fronte a decisioni cruciali, a scelte sofferte sollecitate dall’evoluzione scientifica e dalla ricerca genetica e medica. Piuttosto di un’etica che deduce dai principi, lui propone “un’etica del viandante”, una sorta di Phronesis greca, cioè la capacità di Ulisse di prendere le decisioni secondo le situazioni e le prove che man mano affronta, memori della lezione greca del “conosci te stesso”, cioè conoscere prima di tutto le proprie potenzialità e limiti, per non oltrepassarli, per trovare sempre la giusta misura.

Umberto Galimberti
La casa di psiche
Feltrinelli, pagg. 460
Euro 19,50

30 dicembre 2010


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