Il disordine

In inglese la parola disorder è spesso associata a mental e indica disturbi psicologici di varia natura.
Anche in Italia abbiamo fatto nostra questa accezione e infatti parliamo di disordine nel senso di malattia clinica, di disturbo psicopatologico. Il filosofo Umberto Galimberti ha detto che noi pensiamo di essere ragionevoli e di andare ogni tanto fuori di testa. Ad esempio gli avvocati degli omicida dicono: “…ha avuto un raptus”. Secondo lui è fantapsicologia, un’invenzione degli avvocati, parole tranquillizzanti perché in realtà si dovrebbe dire “…è un folle che ha deciso di palesare la sua follia”. Cioè siamo sempre folli, immersi nel mental disoder.
In realtà  per noi il disordine è da sempre la confusione, la negligenza (per antonomasia “una stanza in disordine”), un tratto tipico del nostro paese e della nostra natura. Anzi un ossimoro. Perché da una parte ne andiamo quasi fieri: lo crediamo indice di estro,  talento, pensiero laterale, fuga creativa dalle convenzioni. Nel caos e nel magma primordiale, nella combinazione casuale degli ingredienti è nata la vita. Dall’altro capiamo che ci penalizza, che singolarmente possiamo anche essere geni , ma nel collettivo siamo spesso un’armata allo sbando. Se qualcuno visita la nostra casa la prima cosa che temiamo è che la trovino in disordine, che essa mostri, anzi riveli, come siamo veramente: sporchi, trasandati, appunto maledettamente disordinati.
Quando un italiano e un tedesco s’incontrano per lavoro, il tedesco, compilando passo passo e ossessivamente un rapporto dell’incontro, chiede con frequenza: “wann?”,  oppure “Termin?”. Cioè: quando? Scadenza? Di tutto quello che si parla e si concorda serve giustamente un termine…
L’italiano risponde quasi sempre in modo “disordinato”: “una decina di giorni” ad esempio. Cosa significa davvero decina? Dieci? No,forse nove ma anche undici, dodici, dipenderà dall’evolversi della situazione, dalle complicazioni o dai possibili e auspicabili miglioramenti in corso d’opera. Questo il tedesco non può accettarlo. Esige un giorno, un’ora precisa, un impegno deciso, netto.  E non comprende perché non si riesca davvero a determinarlo, a circoscriverlo. In questo breve scambio di battute sta la metaforica differenza di due popoli, di due culture, la nostra celebrazione inconscia del disordine.
Eppure credo che nel disorder ci sia anche un aspetto remunerativo che una mente razionale non potrebbe ottenere. Ad esempio chi mentre lavora s’iscrive ad un corso, ad un master, oppure all’università, tutti coloro che perseguono un obiettivo nel lungo, addirittura nel lunghissimo termine, devono essere caratterizzati dal disordine. Se soddisfacessero l’amigdala, la ricompensa a breve, come impone il normale ordine e la normale fisiologia, la loro vita sarebbe alquanto ordinaria. Serve un po’ di disordine e di follia per trovare una motivazione ad andare avanti, a resistere, soprattutto per inseguire i propri sogni.

22 agosto 2012


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