How are you? Lovely! Viaggio nella cortesia americana

In America stupisce la grande carica umana ed emotiva che viene dalle persone, anche se non si capisce fino a che punto sia spontanea o piuttosto il risultato di corsi e lezioni che vengono dispensati a chiunque deve fornire un servizio, vendere qualcosa, entrare in contatto con gli altri.

Sbaglia chi fraintende la disponibilità del personale di ristoranti e alberghi che a volte suona come un tentativo di seduzione, perché è la conseguenza di corsi di formazione, filosofie aziendali scandite dalle targhe appese sulle pareti dove vengono incisi slogan e obiettivi. Grandi tabelloni stilano la classifica mensile dei migliori camerieri (che poi hanno un parcheggio riservato fuori dal ristorante), display di metallo – tipo quelli che riassumono la gerarchia dell’equipaggio sulle navi – mostrano l’organigramma con relative fotografie dei manager sorridenti. Ciò che conta è il servizio al consumatore che può sempre lamentarsi o criticare se non riceve un adeguato trattamento, pratica sconosciuta in Italia dove i reclami sono purtroppo un esercizio frustrante e la rassegnazione fatalistica un adattamento ambientale.Ci sono migliaia di numeri verdi che ti collegano dovunque senza alcuna spesa. Alcuni camion ne indicano uno sul retro accompagnato dalla scritta “Come sto guidando?”. S’intende che puoi chiamare gratuitamente la compagnia di trasporti e informare i proprietari che il loro autista si è comportato in maniera scorretta durante una manovra o un sorpasso.

Nei negozi tutti ti sorridono e se intuiscono che vieni da un altro paese ti danno il benvenuto, chiedono se ti stai divertendo. Ognuno fa il possibile per metterti a tuo agio e soltanto raramente viene richiesta l’eleganza o il rispetto di certe etichette. In banca i funzionari indossano anche comode t-shirt colorate e nessuno scruta l’interlocutore per giudicarlo dal modo in cui è vestito. Perfino i ristoranti più esclusivi raramente si soffermano sull’abbigliamento come criterio di selezione. Mentre in Europa, nel mondo del lavoro, non si è credibili fino al raggiungimento di una certa età, in America entro i trent’anni bisogna aver dimostrato le proprie capacità e interlocutori di giovane età hanno la stessa considerazione di un omologo più anziano.

Almeno apparentemente non esistono discriminazioni, non ci sono imposizioni, si avverte sempre la preoccupazione di non favorire una qualsiasi differenza. Tutti salutano, ringraziano, ti chiamano sempre per nome già dallo sportello della dogana all’arrivo in aeroporto, come se ti conoscessero da tempo, e così facendo risolvono l’imbarazzo iniziale fatto spesso di formalità. Qualsiasi cosa diventa presto “adorabile”, chiedono “Come va?” e a loro volta rispondono che sono OK, che va tutto bene, la vita è bella e confortevole.

L’autista che accompagna con un autobus i turisti da Merced fino al parco di Yosemite in California, mi racconta che fa lo stesso itinerario per almeno trecento giorni l’anno e ormai da vent’anni. Ogni giorno percorre le stesse strade e ripete le stesse informazioni. Alla domanda se non è stanco ed annoiato da quelle azioni quotidiane mi risponde “Io amo il mio lavoro”, con il solito sorriso spiegato che sembra sempre il preludio di un caloroso abbraccio. Magari è sincero ma sembra di vedere un’intervista televisiva, mezzo frequente negli spot pubblicitari per convincere la popolazione che è bello vivere in questo paese, gratificante consumare i prodotti più inutili e così tutti gli spettatori possono dormire tranquilli, confortati dalla convinzione che la maggioranza vuole e pensa le stesse cose.

Infatti molte frasi vengono spesso recitate come da copione. All’usuale “Come stai?” del personale degli alberghi, dei negozi, degli interlocutori telefonici (sempre pronti con l’obbligatorio “grazie per aver chiamato”, a metà tra l’educazione e l’ipocrisia, qualunque sia il loro umore), gli stessi americani non rispondono quasi più, la intendono una formula di cortesia ed un saluto più che un effettivo interesse sul loro stato di salute.

Eppure un sondaggio pubblicato dal settimanale U.S. News ha rivelato che nove americani su dieci ritengono l’inciviltà un problema serio, il 78% pensa che il problema sia peggiorato negli ultimi dieci anni, la maggioranza afferma che la maleducazione e la rozzezza hanno contribuito a dividere la comunità nazionale e aumentare la violenza. Proprio quest’ultimo punto mette a nudo una profonda contraddizione della società americana, da una parte tesa a mantenere la coesione sociale e dall’altra garante di qualsiasi espressione culturale, sessuale, razziale e di pensiero, molto attenta nel tutelare le migliaia di associazioni e le svariate micro aggregazioni, cercando di conciliare i contrasti del motto “Pensa globalmente, agisci localmente”.

Quando una minoranza si è accordata su una serie di comportamenti o valori da rispettare, tutto ciò che è diverso diventa una minaccia al loro concetto di civiltà. Gli ambiti nei quali si avverte maggiormente questa degenerazione delle maniere sono soprattutto la scuola, la legge, la stampa e la televisione. Nei licei americani i nuovi programmi scolastici includono l’insegnamento delle buone maniere, il rispetto per insegnanti, genitori e istituzioni mentre gli adolescenti portano pistole nella tasca, le ragazze coltelli nei capelli e sulle automobili incollano adesivi con la scritta “Nessuna regola”, o ascoltano canzoni rap che invitano alla rivolta, all’omicidio delle forze dell’ordine e al rifiuto di qualsiasi legge.

A livello giudiziario l’ingerenza di avvocati e processi ha trasformato qualsiasi piccola insoddisfazione o infelicità in un’azione legale, con relativo risarcimento danni quantificabile in milioni di dollari. Gli americani sono terrorizzati dalle denunce e si cautelano con assicurazioni costose. Per vincere una causa gli avvocati usano qualsiasi mezzo, anche le percosse fisiche durante le deposizioni o le minacce a giudici che non accolgono le loro versioni. Così all’ordine del giorno c’è già l’aggiornamento dei codici deontologici e delle regole di categoria.

I quotidiani “aggrediscono” il lettore con scoop e notizie clamorose, ma poi sono costretti a pubblicare una pagina di scuse per essersi inventati tutto, compresi i protagonisti delle storie strappalacrime che in realtà non sono mai esistiti. Alcuni giornalisti hanno perso la candidatura o addirittura il prestigioso premio Pulitzer, perché i loro servizi si erano dimostrati delle pure finzioni letterarie. L’emittente internazionale CNN ritrattò l’accusa al governo americano di aver impiegato gas nervini nella guerra contro il Laos.

Alla televisione e al cinema si esibisce il sesso, le storie torbide e aggressive, si mitizzano pazzi omicida, macabre autopsie delle vittime magnificano la genialità dei serial killer. Se da una parte si critica aspramente i bambini volgari, gli studenti irrispettosi dei professori o i politici che si trascinano nel fango, dall’altra si applaudono i ribelli, quelli che parlano in maniera schietta e diretta.

Certamente negli Stati Uniti non si è ancora raggiunta la degenerazione linguistica e di comportamento che caratterizza spesso l’Italia televisiva, politica e della vita sociale. Ma come afferma Sally Jessy Raphael, famosa conduttrice di talk show, per gli americani è difficile definire esattamente un cattivo comportamento, discendenti di quei cow boys che entravano nei saloon con sani principi ma una scarsa educazione. E che ancora vogliono vedere lo spettacolo di un duello, di un combattimento, sublimato nello sport, mimato nel wrestling, gridato nei concerti o camuffato dalla finzione delle pellicole cinematografiche.

23 dicembre 2010


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