Piero Ottone: Eppure è solo un accento

Un ex direttore di quotidiano, Piero Ottone, e un attuale vice direttore, Giangiacomo Schiavi, scrivono nella loro rubrica settimanale a proposito della lingua italiana, dandoci alcuni spunti di riflessione che vanno al di là della grammatica o dell’angolofilia.

Ottone (il Venerdì de la Repubblica, 7 Agosto 2009) si chiede se vale la pena prendersela con chi commette errori, con chi scrive “gli” invece di “le”, se una sciocca continua a dire “Vlàdimir” invece di Valdìmir”. In fondo è solo un accento, un pronome.
Secondo lui vale la pena “perché sono sempre, alla fine dei conti, le stesse persone che si macchiano di colpe gravi e colpe lievi: c’è un legame fra le une e le altre”. Perché “chi impara fin da ragazzo a usare correttamente i pronomi, e a leggere correttamente un testo, saprà comportarsi correttamente in ogni altra circostanza”.

Anche le neuroscienze collegano la nascita del linguaggio con un salto evoluzionistico. Tale conquista fu parallela all’abilità di maneggiare utensili e lanciare armi, in uno stimolo congiunto e reciproco per il cervello che, come un muscolo, mentre imparava ad esprimersi migliorava i suoi collegamenti e cresceva in volume. Dunque non è ancronistico pretendere una forma espressiva corretta, il rispetto delle regole grammaticali come punto di partenza di un rispetto più ampio.
E invece oggi prevale un parlato approssimativo, pieno di anacoluti, senza congiuntivo, senza il tempo passato o futuro: metafora dell’approssimazione e superficialità, della malueducazione e del lassismo che purtroppo caratterizzano sempre di più il nostro paese.
“Domani vengo a trovarti”. “L’anno scorso siamo stati in Grecia”: la grammatica rispecchia anche il desiderio contemporaneo di vivere in un eterno presente, di avvicinare a sé quello che deve ancora succedere, perché diventi già nostro e soprattutto prevedibile.
Schiavi (Io Donna del Corriere della sera, 22 Agosto 2009) interviene invece sulla diffusione di parole inglesi, come location, spin off, customer satisfaction “che già avvelenano quel che resta del buon italiano”. Ma nell’anglofilia gli italiani sono ancora più perversi.

Non basta abusare di parole straniere, spesso travisando il loro significato originale. Ora sono manipolate ulteriormente: è il caso della parola performance, sostituita dall’aggettivo onnipresente “performante”.
Scanning, che deriva dal latino, ha prodotto “scannerizzazione”, quando bastava una semplice “scansione”, oppure il Ministero del Lavoro è diventato Ministero del Welfare.

Ci vorrebbe un mezzo vocabolario per raccontare tutte le parole inglesi che noi crediamo dicano molto di più in quella lingua piuttosto che nella corrispettiva traduzione italiana. In realtà mostrano il nostro senso di inferiorità, la nostra indole accomodante, di chi “corre sempre in aiuto del vincitore” come diceva Ennio Flaiano. Mi limito a citare due esempi, vergati recentemente con la bomboletta di vernice sui muri del paese dove abito: la scritta “white pawer”, anziché “white power” mostra che imitiamo male, che siamo anglofili ma scarsi nello studio. Mentre la firma più diffusa di chi imbratta i muri delle case con segni e scritte volgari è “Wise”, cioè saggio. Appunto.

31 agosto 2009


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