Dopo il Big Mac Index l’indice degli hub e delle fiere internazionali

La rivista The Economist pubblica il Big Mac Index: il prezzo del famoso panino nelle varie nazioni è un sistema grossolano ma chiaro per misurare il potere d’acquisto delle varie valute. Potremmo similarmente stabilire la forza di una nazione dal numero di aeroporti “hub”, gli snodi dai quali partire verso le destinazioni mondiali, nonché dal numero di fiere che ospita. L’Italia sarebbe in una posizione arretrata e imbarazzante. Lo sanno bene i bresciani che prendono il volo da Verona per Francoforte o Monaco, e da lì sì raggiungono qualsiasi destinazione nel mondo. Siamo una regione, non una nazione. Alla recente fiera della fonderia, spostata da Montichiari a Verona, i visitatori erano esigui, soprattutto gli stranieri, nonostante l’aeroporto, l’autostrada e la stazione ferroviaria molto vicini. Qualcuno ha detto che doveva rimanere a Brescia, terra elettiva della fusione dei metalli. In realtà non è la sede a decretare il successo di una fiera, perché è il paese in generale che non funziona più.

La delegata italiana della Nürnberg Messe visita gli stand per ricordare l’altra fiera della fonderia, Euroguss, che si tiene a Norimberga ogni due anni. Le dico di stare tranquilla: nessuno scalzerà il primato di quella fiera. Un giornalista della stampa specializzata che l’ha visitata lo scorso gennaio mi racconta stupito di aver visto italiani fare affari con altri italiani. Lo stesso, mi dicono, è successo a Singapore alla Food&Hotel Asia rispetto alla Cibus di Parma. Un giorno gli italiani che vorranno acquistare e vendere (oggi si chiama matching),  s’incontreranno all’estero.  Chi esporta non sente del tutto o sente meno la crisi. L’acquisitore di BMW per l’Italia racconta che nel nostro paese la casa automobilistica di Monaco compra per ben 600 milioni di euro. In Italia manca un’azienda automobilistica di riferimento, mancano le famiglie industriali disposte a sporcarsi le mani: la fonderia è un lavoro difficile, ad alto investimento e in un ambiente “ostile”. Le nuove generazioni degli imprenditori preferiscono diventare architetto o informatico. Intanto negli stand i neolaureati si propongono per un lavoro, lasciano il curriculum, mentre dovrebbe presenziare l’ufficio acquisti e non quello commerciale perché sono più coloro che vendono di chi vuole acquistare: numerose le agenzie di pubblicità, di eventi, di catering, foto e modelle. Ma per chi se le aziende diminuiscono? Già tremila fallimenti nei primi tre mesi dell’anno.

30 maggio 2012


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