Doom and gloom: si canta la fine di un impero

Viaggiando per lavoro ci si rende conto che la crisi economica, notizia ormai principe nei media internazionali, si concretizza poi in tanti modi, forse tanti quanti il singolo paese, spesso la singola città, e soprattutto i settori. Naturalmente ci sono esigenze legittime di sintesi perché viviamo assediati dagli stimoli. Ma una visione generale, una media e una statistica non ci aiutano a capire la complessità del fenomeno.

In Inghilterra ad esempio si soffre molto più che altrove. Già all’arrivo nell’aeroporto di Stansted colpisce vedere il parcheggio completamente vuoto. Non si era mai visto il parcheggio dell’aeroporto ormai più importante dell’Inghilterra del sud senza auto. Un’immagine significativa e emblematica della situazione generale. Oggi che la finanza della city è implosa, la decisione poco lungimirante, presa alcuni anni fa, di ridurre l’industria manifatturiera impatta oggi su tutti, e non vale solo per l’operaio della “motor industry” di Birmingham.

Negli anni Ottanta le giapponesi Nissan e Honda scelsero proprio l’Inghilterra come base per il loro sviluppo in Europa: incentivi del governo, un distretto di fornitori e manodopera qualificata e a costo ridotto, grazie ad una lunga tradizione nel settore e a standard di vita che noi consideriamo poveri.

Poi i gloriosi marchi britannici di automobili furono ceduti, traslocati, chiusi, ridimensionati e con loro si persero competenze e know-how. E oggi, a seguito della crisi dell’automotive, Honda prende una decisione choc: chiudere completamente i propri stabilimenti di Swindon per almeno quattro mesi, costringendo molti suoi fornitori locali satelliti a chiudere definitivamente. Oppure Triumph sceglie di produrre i getti di alluminio delle proprie motociclette in Tailandia, anche perché non trova più in patria produttori competenti.

“Ora che siamo una nazione low cost, perché la Sterlina vale quanto l’Euro, non possiamo esportare i nostri prodotti perché non ne abbiamo”, ci racconta amareggiato un responsabile di una fonderia di getti per l’automotive. Entrando nella fabbrica dove lavora a Presteigne, nel già depresso e rurale Galles, ci accoglie un silenzio inquietante. “Sono tutti a casa” dice anticipando la risposta ad una domanda che è tanto spontanea quanto imbarazzante. Non ci sono ordini e dunque non si lavora. Tra l’altro chi rimane a casa riceve dallo stato sussidi simbolici, 20 sterline al giorno. Il famoso welfare inglese non è sempre omogeneo.

Nel frattempo la catena di negozi Woolworths, come la nostra Standa Italiana, ha chiuso gli ultimi 200 negozi, e da mesi il grande spazio che occupavano nei centri commerciali mostra il cartello “For rent”, affittasi. I negozi che sopravvivono invece scrivono “All must go” cioè “fuori tutto”, a prezzi davvero convenienti ora che la sterlina non ha più il rapporto 1 a 3 che aveva con la lira.

I centri commerciali sono semivuoti, resistono gli adolescenti sulle panchine dei corridoi: li usano come luogo d’incontro, climatizzato e facile da raggiungere per tutti. I quotidiani e i notiziari cantano il “doom and gloom” come si dice in Inghilterra, cioè un pessimismo che non sembra intravedere una luce in fondo al tunnel. “Anzi la vediamo”, aggiunge un amico con il consueto humor che è sia antidoto che conforto. “E’ il frontale di un treno in corsa”.

15 novembre 2009


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