“Dire e non dire” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Nel nuovo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso “Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati” (Mondadori 2012) , si cita spesso “Fratelli di sangue”, il loro saggio del 2006, perché nel frattempo è diventato un “meta libro”: citato dagli stessi criminali per difendersi, per affermare che quanto sanno sull’’ndrangheta l’hanno letto in quelle pagine, che chi li accusa lo fa solo perché ha tratto le informazioni dal libro, senza riscontro reale: “Vi posso dire anche i numeri delle pagine”, dice addirittura un boss.
Perché chi appartiene alla ‘Ndrangheta conosce bene il potere delle parole, le usa da un secolo per comunicare in modo ambiguo, appunto per “dire e non dire”, per siglare alleanze, per i riti di iniziazione, per avere, nonostante i cambiamenti e il tempo che passa, formule intatte, riferimenti cristallizzati: “un labirinto semantico” viene definito in modo molto appropriato dai due autori. Come le religioni del libro appunto dove il rispetto della tradizione, dei codici di riferimento e delle simbologie sono determinanti: per circoscrivere, per dare prestigio, per sentirsi privilegiati ed eletti. Il rito e l’affiliazione come affermazione di sé, appartenenza ad un gruppo solidale, detrminazione di un senso di protezione. Anche la replica che fanno in tutto il mondo dei moduli organizzativi dei luoghi d’origine ricorda le strutture, le gerarchie, i modelli delle religioni.  Sono stati abili questi criminali a mutuare, a convertire, ad adattare sistemi radicati, già collaudati nei secoli, a coniugare vecchio e nuovo, a farli coesistere…In “Dire e non dire” i due autori si sono soffermati sulle formule, sui comandamenti, sui proverbi e le forme idiomatiche, perché solo partendo da quel linguaggio si possono comprendere anche i ragionamenti, ad esempio la convinzione dei capibastone di vivere in un mondo pieno di rischi e di insidie dove solo loro possono portare ordine e pace sociale, con un Dio sempre compiacente e complice delle loro nefandezze.
Come diceva Heiddeger: non puoi andare oltre il linguaggio di cui disponi, e il linguaggio della ‘ndrangheta è ricco di scaramanzie, di superstizioni, è pieno di reticenze, di allusioni, di finta umiltà, è un linguaggio povero, sempre interscato con una saggezza molto concreta, semplice, essenziale e a tratti efficace, metaforico. E lo possiamo comprendere meglio declinato in varie interecettazioni, deposizioni, confessioni nell’appendice del libro: a volte è anche esilarante nella sua presunzione, arroganza, nonchè ingenuità e ignoranza.

Ai due autori va riconosciuto un grande merito: come per tutte le grandi tragedie e gli olocausti, non bisogna mai stancarsi di dire, di ricordare, di spiegare, di denunciare.
Nel libro “Fratelli di sangue” si mette in esergo una frase di Corrado Alvaro, frase che potrebbe aver scritto anche Sciascia:
“La disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.
Ecco, bisogna invece ricordare alla società che non è così, bisogna aiutare le persone perbene, le persone oneste a non arrendersi, a non sentirsi soli ed isolati, in una lotta vana ed inutile.

Per troppo tempo la ‘ndrangheta è stata sottovalutata e sottostimata, non è stata studiata, e i libri di Gratteri e Nicaso sono diventati anche una guida, come nessuno ha mai fatto, se non lo stesso Nicaso con il suo bestseller “Global mafia”, per capire questo fenomeno tanto occulto quanto pervasivo, endemico in tutte le istituzioni e ambienti. In un altro libro molto importante, di utilità sociale e istituzionale, “La giustizia è una cosa seria”, i due hanno dato anche indicazioni concrete su quali leggi sono efficaci, e quali d’intralcio per la magistratura, quali azioni e provvedimenti si potrebbero prendere per rendere più difficile l’azione della criminalità organizzata, per attuare finalmente una vera riforma della giustizia.

26 novembre 2012


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