Diario americano dagli stati del sud – 2a parte

2a parte

Negli Stati Uniti la crisi industriale è strutturale, simile a quella del resto del mondo, ma sconta al contempo una politica di investimento miope e una consuetudine produttiva diversa da quella europea. Per decenni i beni di investimento durevoli sono stati infatti semplici commodity, un componente funzionale senza particolari “frills”, fronzoli, tecnologici: macchine massicce, costruite per durare a lungo, facili nel funzionamento e manutenzione, perché in officina c’è personale poco qualificato, immigrato in attesa di regolarizzazione e senza istruzione.

La qualità attesa è “just enough”, la minima indispensabile, la meccanica è fatta di revisioni, adattamenti, aggiornamenti, combinazioni improbabili che assemblano tra loro “frankenstein” con pezzi di varia provenienza ed età. Circolano centinaia di macchinari usati, riciclati e riutilizzati da anni e che in Europa classifichiamo come rottame.

I grandi distretti di un tempo che chiamano “belt”, letteralmente fascia, cintura, come la “diary belt” (gli allevatori che negli stati dei grandi laghi fornivano latte e derivati alla colazione della classe media sulla East Coast), o la “cotton belt”, la lavorazione del cotone negli Stati del sud, si disperdono in tutta la sconfinata nazione. C’è un lento e progressivo spostamento dell’industria meccanica dal nord al sud, cioè agli stati dell’Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma. È la “Sun belt”, la cintura del sole, la regione che si estende dalla costa atlantica alla costa pacifica raggruppando appunto gli Stati del sud. Il recente censimento americano ha stabilito che proprio lì la popolazione cresce maggiormente, mentre il declino è più visibile in stati come l’Ohio e il New Jersey.

Il Michigan delle tre big dell’auto, GM, Ford e Chrysler, perde posti di lavoro in modo drammatico, riduce la produzione, e spinge i fornitori degli stati limitrofi (Indiana, Ohio, Wisconsin) a migrare verso sud, dove tasse, salari e costo della vita sono più bassi. Ad Atlanta hanno sede Home Depot, la catena di grandi magazzini per la casa, l’arredamento e il tempo libero, nonché la compagnia aerea Delta, la Coca Cola, la rete televisiva CNN. L’aeroporto di Atlanta Hartsfield-Jackson ha superato O’Hare di Chicago per numero di voli e passeggeri. Gli Stati del Sud fanno toccare con mano gli effetti della crisi, rivelano il lato oscuro dell’America, quello che gli europei conoscono poco perché attratti da Boston, San Francisco, la Chicago di Obama o la grande mela.

Nei Mall, i grandi centri commerciali che noi stiamo imitando in piccolo, le adolescenti sole spingono il passeggino: “16&pregnant”, un reality sul canale MTV dedicato alle sedicenni incinte, o il film Juno, qui diventano realtà. Molte abitazioni sono baracche di legno fatiscenti, con la sedia a dondolo sul patio divorato dai tarli e dalle intemperie, e non la classica villetta con il giardino nel backyard e la casetta garage del nostro immaginario; al supermercato Wal-Mart gli obesi girano sui carrelli elettrici riempiendoli di “junk food”, di cibo spazzatura. I paesi hanno negozi con vetrine in stile ex Unione Sovietica: sembrano la ricostruzione di antiche botteghe coloniali con tanto di polvere stratificata, fiori di plastica e campioni di prodotto deteriorato dal tempo. Sui cartelloni pubblicitari delle freeways si legge “Bankruptcy? Disability? Come and see us.”: gli avvocati si offrono a chi ha dovuto dichiarare il fallimento individuale o a chi, senza saperlo, ha diritto ad una pensione di disabilità che potrebbe garantire un minimo reddito.

Fine 2a parte

30 aprile 2010


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