Dalle aziende “stars” alle stelle Michelin

Nella nostra provincia si moltiplicano le ristrutturazioni di antiche cascine e corti: in ognuna nascono nuovi negozi e attività commerciali, soprattutto almeno un bar, un’agenzia immobiliare, una filiale di banca e spesso un punto vendita computer e servizi d’informatica. I centri commerciali si spartiscono territori sempre più piccoli portando a sostegno dei loro investimenti statistiche internazionali, proiezioni dei consumi, indagini sociologiche, esperienze di successo in altre regioni o province. In città sono nate numerose gallerie d’arte, oggi anche in provincia si moltiplicano le agenzie di comunicazione e organizzazione di eventi. Siamo la provincia italiana con il maggior numero di stelle Michelin nella ristorazione.

E le aziende? Purtroppo non ne nascono con la stessa frequenza dei bar. Quante hanno chiuso negli ultimi anni? Qualcuno ha dovuto farlo in fretta per anticipare un epilogo che sarebbe stato ancora più grave nel prossimo futuro.

Eppure senza l’industria anche le attività commerciali e di servizi non possono sopravvivere a lungo, tutto parte innanzitutto dal manifatturiero. Togliendo la base il resto crolla. L’Inghilterra era convinta di potersi trasformare in una nazione di soli servizi: ora piange sui muri dei vecchi mattoni di opifici trasformati in shopping mall deserti o centri direzionali vuoti. L’industria americana assedia il Congresso e il Presidente alla ricerca di un sostegno che stenta a concretizzarsi, e ancora recrimina per quanto immeritatamente concesso alle banche e alle grandi dell’automobile. Il Chicago Tribune non risparmia le critiche a Caterpillar che usufruisce del “fiscal stimulus”, del contributo alle aziende in difficoltà, mentre sposta la produzione dei mini escavatori a Wujiang in Cina: “non c’è onore tra i ladri, e non c’è patriottismo nelle aziende americane” scrive con durezza il giornalista Peter Navarro. Tranne alcuni prodotti high tech (ad esempio l’iPod: solo il 2% del prezzo di vendita è il reale valore aggiunto per l’economia cinese), negli ultimi trent’anni la pratica dell’offshoring, cioè il trasferimento produttivo in nazioni low cost, è passata dal “manufactured in China and designed in America” al “designed and manufactured in China”, togliendo all’America anche la parte creativa, di ideazione, progetto e ingegnerizzazione. Il famoso “American system”, da Alexander Hamilton (nel 1791), passando per Henry Clay e Abraham Lincoln, aveva posto le basi perché oltre al “buy e invent in America”, inventato e comprato in America, ci fosse anche il “make it in America”, il costruito in America. Sono bastati trent’anni per demolirlo. In genere diventare “global” oggi significa solo spostare la produzione altrove, perdere posti di lavoro nella nazione di nascita e residenza che diventa così più povera. In Germania studiano una legge per impedire alla spagnola Acs l’opa ostile sulla tedesca Hochtief, il colosso dell’edilizia e dell’ingegneria civile. Si teme che la fusione trasferisca le strutture industriali da Essen ad un’altra nazione. La Germania recupera, anzi corre rispetto alle altre nazioni europee, perché le aziende sono tutelate, incentivate, supportate nella loro crescita, mentre l’eventuale espansione all’estero cerca di mantenere il più possibile in patria. Euler Hermes, assicurazione crediti commerciali, fa impallidire la nostra Sace in quanto a capillarità, flessibilità e disponibilità. La Russia importa ancora poco, ma moltissimo dalla Germania, anche grazie a linee di credito agevolate e garantite dallo stato. Mentre in Italia le lettere delle associazioni di categoria che chiedono interventi strutturali non hanno seguito, Angela Merkel ha fatto un lungo tour all’estero per stringere accordi di collaborazione, finanziamento agevolato, partnership commerciali e industriali.

8 novembre 2010


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