Consigli ai giovani precari

Curriculum di una giovane laureata in Direzione Aziendale e Marketing Management. Voto finale 99/110. Specifica che predilige la “custoder satisfaction, la cluster analisys e la conjoint analisys”. Le faccio notare che si scrive “customer” e “analysis”, che chi opera nel marketing non può sbagliare questi termini anglosassoni. “Ha ragione”, mi risponde lei con un’e-mail, “Grazie per le correzzioni”.

In occasione di una fiera internazionale un’azienda cerca, tramite un’agenzia, una hostess che parli le lingue. Lo stand accoglie centinaia di stranieri, spesso anche per una pausa di degustazione perché la buona cucina italiana propizia le trattative di vendita. “Devo mettermi tacchi e minigonna?” chiede una candidata. “No, meglio vestiti comodi, c’è da muoversi spesso tra la cucina e i tavoli” risponde il responsabile in azienda dell’organizzazione dell’evento. La ragazza chiude la conversazione in fretta. Richiama l’agenzia e dice seccata che lei non ha studiato le lingue per fare la cameriera.

Non sono tragedie in due battute di Achille Campanile. Sono i colloqui quotidiani nel mercato del lavoro e forse bastano per capire come si sta muovendo. Resiste la cosiddetta “forza dei legami deboli”: buona parte trova un lavoro tramite un terzo che fa da garante tra chi cerca e chi offre. Non è una raccomandazione, piuttosto una mediazione: qualcuno garantisce ad entrambe le parti che faranno un’ottima scelta. Per un imprenditore, piccolo o grande che sia, le difficoltà a licenziare e il costo di un dipendente rendono la scelta cruciale. Per questo conforta avere un’indicazione da parte di una persona di fiducia.Ma ai neo laureati, a chi cerca oggi di iniziare una professione, di imparare un mestiere, manca innanzitutto una cultura di base, in primis la conoscenza dell’italiano – parlato e scritto – e dell’inglese subito dopo. Si legge pochissimo, in modo frenetico, scorrendo le pagine come una rivista o un sito web. Non si può andare oltre il proprio linguaggio, la ricchezza del vocabolario stimola l’intelligenza: non a caso gli antichi Greci avevano dalle 80.000 alle 120.000 parole. Scrivere una lettera chiara, con i termini adeguati, aiuta a spiegare, a vendere, a comunicare. In un tempo di mobilità e globalizzazione pochi parlano un buon inglese; le tecnologie ci danno la possibilità di ricevere e reperire molte informazioni, ma spesso rimangono un rumore di sottofondo, come la radiazione cosmica. Si sa niente di tutto.

Prevale la superficialità e la fretta, anche quando si compila un documento importante come appunto il curriculum vitae. Siamo anglofili eppure in Italia l’inglese rimane molto straniero, anche per un laureato. I numerosi “falsi amici” con le lingue neolatine favoriscono i fraintendimenti, mentre abbondano traduzioni nostrane e improprie che farebbero sorridere gli anglosassoni. Gli studenti universitari godono del privilegio temporaneo di lunghe pause estive, di intervalli tra gli esami, e dovrebbero sfruttarle per soggiorni all’estero, per ritrovare il valore aggiunto della padronanza di una lingua al termine degli studi, requisito fondamentale per le aziende rivolte ai mercati internazionali. Leggere sul curriculum di un ingegnere “Inglese: scolastico” è deludente, lo include e lo confonde in una lunga lista di generici che le aziende raramente prendono in considerazione. Addirittura, oltre all’inglese, sarebbe benvenuta una seconda lingua che tra l’altro moltiplica le possibilità di trovare un lavoro. Macchinari,  prodotti e processi industriali si fanno infatti sempre più sofisticati e complessi, la tecnologia progredisce velocemente e ha bisogno di qualcuno che la spieghi e la renda accessibile, che traduca al potenziale utilizzatore di un mercato globale i vantaggi e i benefici di un prodotto rispetto ad un altro, o rispetto alla concorrenza. Le aziende cercano dunque conoscenze tecniche molto ampie, spesso trasversali (che combinino idraulica, elettronica, meccanica, ecc.), nonché la capacità di tradurle in un’altra lingua.

E infine manca in genere l’umiltà, la voglia di adattarsi, di partire da zero, magari in officina dove si monta, assembla, lavora manualmente, anche per imparare le varie fasi di un processo, della costruzione fisica di un prodotto, nonché per dimostrare determinazione ed entusiasmo.

Le aziende stanno vivendo un momento critico, fatto di sfide e cambiamenti. E chiedono ai propri dipendenti altrettanta flessibilità. Entrare dal basso non significa declassarsi, piuttosto arricchire la propria esperienza: si parla tanto di pensiero laterale, ma poi si fatica a guardare da un’altra prospettiva. Spesso è più importante entrare in un’azienda, indipendentemente dalla posizione. Se si ha una buona preparazione e si mostra “l’occhio della tigre”, come quello che doveva riconquistare il pugile Rocky Balboa nell’omonimo film se voleva tornare a vincere, la carriera è assicurata.

21 dicembre 2010


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