Consigli agli aspiranti scrittori: il vero tesoro di R. L. Stevenson

Si moltiplicano i manuali, i corsi e le scuole di scrittura, ma si legge sempre meno, soprattutto i testi classici perchè oggi il passato è obsoleto, sembra non insegnare nulla.
Controcorrente la casa editrice Mattioli 1885 propone alcuni racconti e romanzi brevi, raccolte di articoli e testi, in parte o completamente inediti in Italia, di grandi autori dell’Ottocento: piccolo formato 12 X 16, la copertina azzurra e ruvida, brossura filorefe con risguardi ad angoli arrotondati. Libri feticcio, da toccare e annusare, tascabili, da estrarre nelle sale d’attesa, nei ritardi e imprevisti di una giornata tipica: ci aiutano a comprendere che la migliore letteratura è eterna, che ritornare al passato non è nostalgia anacronistica ma spesso l’unico antidoto alla noia contemporanea.
Perdersi a Londra con Charles Dickens, o nella notte di Parigi con Guy de Maupassant, accendere un fuoco nel “freddo dannato del bianco silenzio” di Jack London, oppure capire con Aldous Huxley che il guaio della letteratura è quello di avere, a differenza della vita, troppo senso. La letteratura appunto, la scrittura: un’arte, o meglio un mestiere, che per Robert Louis Stevenson merita il massimo rispetto.

Ne parla con grande cura e uno stile ancora attuale in una serie di articoli e saggi dove alterna consigli tecnici a ricordi e aneddoti, un manuale per i nostri tanti (troppi?) aspiranti scrittori. Stevenson ricopiava i libri che gli erano piaciuti, sapeva che la scrittura è anche (e forse soprattutto) esercizio, riscrittura, pazienza, prospettiva nel lungo termine perché “chiunque può scrivere un racconto, ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche se cattivo. È la lunghezza che uccide”. I suoi consigli sono pratici e concreti, talvolta filosofici: “le scelte importanti della vita devono essere guidate da una predisposizione innata in chi compie la scelta”. Come direbbero i filosofi Zen puoi diventare solo ciò che già sei. Scrivere è una missione di utilità sociale.

La scrittura ha un’etica e una morale, chi intraprende il mestiere di scrittore ha molti doveri: aderenza ai fatti della vita, una certa vivacità nell’esporli, precisione, rispetto della logica, impulsi sani e solidi, radicati nell’uomo. Scrivere è anche un lavoro: onesto, ben fatto, scrupoloso (il padre di Stevenson era un ingegnere che costruiva fari sulle coste scozzesi). Scrivere ma anche leggere, perché i libri ripetono, riformulano e chiariscono le lezioni della vita, “ci svincolano dalla compagnia esclusiva del nostro io”, dal nostro “ego mostruoso e divorante”: Stevenson ricorda le sue letture più formative, fa esempi di analisi stilistica e metrica per chiarire quando un verso o un periodo funzionano.

Nella postfazione Clotilde de Stasio ricorda il valore di questi articoli: per molto tempo infatti i due libri più famosi di Stevenson, “L’isola del tesoro” e “Doctor Jekyll e Mr Hyde”, avevano oscurato il resto della sua produzione, mentre lo scrittore scozzese esercitò la forma breve per tutta la vita, alla ricerca della essenzialità e della musicalità della migliore parola.

L’arte della scrittura
Robert Louis Stevenson
Edizioni Mattioli 1885
pagg. 121, Euro 10,00

8 aprile 2010


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