Born Twice: Nati due volte di Giuseppe Pontiggia nella traduzione di Oonagh Stransky

Nell’ultimo libro scritto da Giuseppe Pontiggia, “Prima persona”, lo scrittore ricordava i modi sorprendenti di leggere. Tra quelli più originali dimenticava una sorta di “sabato del villaggio” del lettore: rimandare il più possibile il piacere della lettura di un libro, perché si attendeva da anni, perché già si intuisce importante, perché l’ha scritto l’autore preferito. Ma c’è una degenerazione ancora peggiore di questa, e cioè – per chi conosce una lingua straniera – leggere la traduzione di un libro che si era molto apprezzato in italiano. Alcune canzoni straniere hanno trovato un valore aggiunto una volta rese accessibili agli italiani, popolo di entusiasti doppiatori, ma non sempre si è verificato il contrario.

Eppure, mentre si discute sull’efficacia di una traduzione, sull’adesione rigorosa all’originale o la necessità di tradirlo, per alcuni le tirature sono cifre di almeno sei zeri nonché una conferma: Eco, Manfredi, Tamaro, Tabucchi, Baricco.

Raramente però ci si occupa dei “minori”, quelli che hanno sempre faticato a trovare una diffusione più ampia che moltiplicasse il valore conquistato nel tempo nel loro paese.E’ il caso di “Born twice” , “Nati due volte”, il capolavoro di Pontiggia. Abbiamo intervistato la traduttrice del romanzo, Oonagh Stransky (traduttrice di altri libri di autori italiani tra cui Carlo Lucarelli, Roberto Pazzi e Roberto Saviano): ci aspettavamo che parlasse delle difficoltà di tradurre una prosa rigorosa che non ammette distrazioni e sbavature, e invece ci sottolinea che “l’inglese è di per sé una lingua portata alla chiarezza, alle affermazioni dirette. Piuttosto non è sempre stato facile individuare la voce del narratore, a volte intensamente personale, altre celata, muovere da un discorso all’altro per seguirlo e dargli fiducia. Alla fine ho dovuto compiere lo stesso percorso del protagonista: entrare nella sua testa come lui cerca di entrare in quella del figlio. Di Pontiggia mi è piaciuta molto quella che potrei definire una compassione critica”. E infatti avevamo già notato la prospettiva elastica di avvicinamento e allontanamento di questo romanzo, summa delle sue conquiste stilistiche ed intellettuali, quella prima persona ibrida che concilia emozioni e analisi, passione e lucidità.

Per la Stransky “questa traduzione è stata anche un’occasione  per imparare le tecniche della scrittura, beneficio raro con altri scrittori, ed ho ricevuto una lezione da chi non teme di affrontare argomenti spiacevoli”.

Le chiediamo quale è stata la reazione dei lettori americani, anche considerando che in quel paese c’è più rispetto e attenzione per i disabili. “E’ vero in America c’è più comprensione ma anche una sorta di discriminazione inversa. Questo libro mette in crisi tutte le decisioni politically correct; l’individuo, con le sue crepe e incrinature, le sue deficienze, viene scoperto, rivelato alla luce del sole”.  Agli americani gioverà una prospettiva meno conciliante, che solleciti la riflessione dove la convivenza è in realtà ideale, e spesso l’integrazione e la solidarietà sono soltanto verbali.

L’ottima traduzione ha fatto nascere il libro una seconda volta, nel trapianto ha germogliato un’altra vita, nuova e sorprendente, per un pubblico ancora più ampio. Se lo merita.

“Born twice”
Giuseppe Pontiggia
Tradotto da Oonagh Stransky
Edizioni Knopf, N.Y., 23 $

19 agosto 2011


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