Antal Szerb in viaggio per l’Italia: frammenti da un capolavoro dimenticato

Antal Szerb (1901-1945), ebreo ungherese, ha fatto in tempo a scrivere solo un paio di romanzi prima di morire di stenti e di fatica, a 44 anni, in un campo di concentramento nazista.
Uno di questi s’intitola “Il viaggiatore ed il chiaro di luna”, un titolo leopardiano: pubblicato nel 1937 (edizione italiana a cura delle edizioni e/o, traduzione di Bruno Ventavoli), è un capolavoro dimenticato della letteratura mitteleuropea. Szerb, eletto giovanissimo a capo dell’Accademia Letteraria Ungherese, aveva vissuto in Italia dal 1924 al 1929 e nel 1941 pubblicò una Storia della letteratura mondiale.

Una coppia di Budapest parte per la luna di miele in Italia. Siamo negli anni Trenta. Un’Italia magica ed oscura spezza il loro equilibrio. I due infatti si perdono: il marito per errore abbandona la moglie in treno ed inizia una doppia incredibile avventura degli sposi.
Ricopio solo alcuni frammenti per la loro attualità e lucidità, soprattutto alcuni che riguardano la Toscana e la città di Roma:

Se osservi fuori dal finestrino lo spettacolo è il più ricco che in qualsiasi altro paese. Non so da cosa dipenda, non capisco se l’orizzonte è più spazioso o se gli oggetti sono più piccoli, ma scommetto che qui si vede il quintuplo di paesi, città, boschi, fiumi, cielo e nuvole, di quanti se ne vedrebbero affacciandosi al finestrino di un treno in viaggio, per esempio, attraverso l’Austria.

(…) Sento di commettere peccato mortale in ogni stazione dove non scendo. Nulla è più frivolo del viaggiare in treno. Bisognerebbe muoversi a piedi o per lo meno su una carrozza postale, come fece Goethe. Mi corre un brivido lungo la schiena al pensiero di essere stato in Toscana senza averla vista.

Leggeva ogni giorno i quotidiani italiani con sentimenti misti. Assaporava l’idea paradossale che i giornali italiani fossero scritti in italiano, in quella lingua solenne, generosa e straripante, che ingabbiata nelle normali notizie faceva l’effetto di un fiume costretto ad azionare una macchina da cucire.

…l’Italia era indifferente alle persone che detenevano il potere e agli ideali nel nome dei quali governavano. La politica sfiorava solo la superficie, mentre il popolo, il vegetativo popolo italiano, era come il mare, sopportava con meravigliosa passività il cambiamento dei tempi e non era solidale con la propria grandiosa Storia. 

Gli Etruschi furono così saggi da non sviluppare mai una letteratura; per contro, sul viso delle loro statue si può leggere molto esplicitamente: solo l’istante conta, e l’istante bello non passa mai.
Mostrò delle coppe larghe; erano quelle usate dagli antichi italici per bere il vino, come diceva l’iscrizione: Foied vinom pipafo, cra carefo.
“Oggi bevo vino, domani non ce ne sarà più”. “Dimmi, è possibile usare un’espressione più concisa e vera? Questa frase, nel suo splendore arcaico, è definitiva, irremovibile come le mura dei castelli poligonali, come le costruzioni dei ciclopi”.

Girovagò a lungo sul Gianicolo, in riva al Tevere e nei vicoli di Trastevere. Era notte tarda, ma era una di quelle notti delle estati italiane in cui c’è sempre da qualche parte gente sveglia che batte colpi di martello o canta imperturbabile – questo popolo non conosce il sonno delle razze nordiche e il tempo consacrato al torpore.

Battelli da carico, lenti, classici, scendevano sul Tevere verso Ostia. Non erano neanche le barche, ma figure tratte dai libri di latino al ginnasio per illustrare la parola navis, navis. Su un’imbarcazione l’uomo suonava la chitarra, la donna lavava le calze, il cagnolino guaiva; dietro seguiva un’altra nave, la nave-fantasma, l’isola del Tevere sulla quale gli antichi avevano costruito argini fino a darle la forma di una nave perché non credevano alla sua immobilità e pensavano che ogni tanto partisse per qualche crociera notturna verso il mare, portandosi sul dorso l’ospedale e i malati morenti.
La luna era ancorata sull’altra riva, sopra le rovine gigantesche e opprimenti del Teatro Marcello.

Sul colle alcuni giovani romani, lontani discendenti dei quiriti, giocavano alla guerra e si bombardavano con pezzi di coccio, con pezzi di coccio antichi duemila anni, senza provare alcuna commozione. “Questa è l’Italia” pensò, “si bombardano a colpi di storia perché per loro duemila anni sono una cosa naturale come l’odore di concime in campagna”.

Antal Szerb
Il viaggiatore ed il chiaro di luna
Edizioni e/o

17 gennaio 2011


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