Andiamo a prenderci un cafe con il Suv

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, Brescia è la terza città europea con il più alto tasso di inquinamento atmosferico. Una notizia che ha probabilmente stupito molti concittadini. Del resto una delle città più industrializzate d’Europa, tra l’altro con un sistema viario difficile anche a causa di una morfologia particolare del territorio, comporta una necessaria ed elevata mobilità. Cosa sta facendo l’industria automobilistica per combattere questo problema? Come impatta la nuova sensibilità ambientale sulla catena produttiva? L’America rinnova ancora la “Cafe regulation” emanata dal Congresso del 1975: in risposta all’embargo del petrolio arabo nel 1973, la norma stabiliva i criteri di risparmio energetico, aumentando il numero di miglia che un veicolo deve percorrere per ogni gallone di carburante: oggi 25 miglia, cioè 40 kilometri, per ogni gallone, cioè 4,5 litri, quasi la metà di quanto imposto dalle norme europee. Anziché produrre auto e motori più piccoli ed efficenti, la risposta dell’industria automobilistica americana fu la nascita dei SUV e di motori a 6 e 8 cilindri che hanno poi contagiato anche i costruttori europei.

L’America è pigra: ama viaggiare comoda e rimanda alle generazioni future le conseguenze dannose dei suoi comportamenti. Ora la Cafe ha stabilito nuove norme applicabili a partire dall’anno 2016: una lunga scadenza per rimandare il problema, anche perché l’automotive è lentissima a convertire e modificare i propri standard produttivi. In Usa va di moda parlare di “Tetra fuel”, cioè veicoli capaci di funzionare con 4 tipi diversi di carburante. Un obiettivo che invece si è posto il Brasile, nazione più innovativa di molte altre blasonate: il sistema Flex di Fiat e Magneti Marelli permette già da tempo l’utilizzo di carburanti naturali rigenerabili, come l’alcool della canna da zucchero, e oggi anche contemporaneamente di benzina, etanolo, metano o qualsiasi combinazione di questi carburanti.

Due terzi dei premi Toyota ai fornitori virtuosi sono stati consegnati a chi aveva ridotto il peso dei componenti dell’auto. Uno dei riconoscimenti americani PACE (Premier Automotive Suppliers Contribution to Excellence) del 2010 è andato a un getto in magnesio (un terzo più leggero dell’alluminio), una parte del portellone posteriore del crossover Ford Lincoln MKT. Per ora la riduzione del peso delle auto rimane la soluzione più immediata. Nel frattempo, mentre i fornitori cercano di ridurre i pesi passando dalla ghisa all’alluminio e dall’alluminio al magnesio o alla plastica, le auto si caricano di nuovi optional e pesanti dispositivi di sicurezza, in un circolo vizioso che non si riesce a spezzare. Senza dimenticare il perenne vincolo della riduzione costi che impone una ulteriore creatività, delegata ai progettisti dei fornitori automotive perché la casa automobilistica preferisce scaricare il problema all’indietro della propria catena produttiva.

Nello stabilimento del Tennessee General Motors richiama 480 operai dalla cassa integrazione per produrre il motore Ecotec 4 cilindri di nuova generazione. Insieme ad LG sempre GM testa in Corea del Sud l’auto elettrica Chevrolet Cruze, ma sembra un’operazione cosmetica che andrà verificata nel lungo termine. Dei tre big di Detroit, Chrysler potrebbe trarre vantaggio dalla alleanza con Fiat perché riuscirà ad implementare prima dei concorrenti motori turbo, più piccoli e più efficienti. A meno che l’America non inventi un’altra moda all’insegna del big is better, cioè “grande è meglio”.

29 novembre 2010


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