Il vecchio ragazzo Massimo Fini

Avevamo da poco lasciato il “De senectute” di Norberto Bobbio dove ci sembrava di scorgere un equilibrio tra l’amarezza della vecchiaia, “la più inaspettata delle cose che possono accadere a un uomo” diceva appunto Trotsky, e la necessità genetica, tipicamente umana, di dare un senso all’esistenza costantemente minacciata dalla sua fine.

Da Massimo Fini però non potevamo attenderci un’analisi pacata e politically correct, e comunque gliene siamo grati. Lui non è mai stato accomodante e alla sua età è normale abbandonare le eventuali ultime remore e cautele, “senza infingimenti, senza autoinganni, senza pietà” anticipa nella brevissima introduzione, con parole misurate che suonano tanto spietate quanto liberatorie per noi eterni giovani che viviamo spesso compressi, attenti a non urtare la nostra suscettibilità e quella altrui, gonfi di apparenze e convenzioni.

Atra senectus la chiamavano i Latini che noi crediamo poco longevi. Le statistiche sono falsate dall’alta percentuale della mortalità natale del passato. In realtà avevano la nostra stessa scansione e classificazione delle età, anche per loro la vecchiaia iniziava a sessanta anni, ma a differenza di quanto si tende a fare ora, era definita senza ipocrisie “età funesta”. L’unica novità dei tempi moderni, sottolinea Fini, è dunque l’aver aumentato l’aspettativa di vita, raddoppiando di fatto il “tempo da vivere in questa età atroce”.

I suoi ricordi personali sono interessanti, del resto Fini ha sempre cercato di mantenersi al centro di emozioni forti, di una vita un po’ maudit. Gli aneddoti sono lucidi e servono da contrappunto, o meglio da conforto, alla contemporaneità, perché riguardando le vecchie fotografie gli sguardi appaiono oggi opachi e ingrigiti, perché nel frattempo la tristezza, la disillusione e il disinganno non danno tregua, e le sospensioni sono rarissime e temporanee.

Eppure nonostante tutto si è increduli, non ci si arrende, la terza età viene ormai celebrata come la nuova età, da godere e scoprire e produce cloni tutti uguali nei tratti somatici ricostruiti, neo golem e scherzi di natura: ad esempio un ex attrice famosa con il volto da trentenne ma due orribili occhi da vecchia che Fini “scopre” con ribrezzo durante una conversazione. Significativo in proposito il distico composto dal cognato: “Ho visto alla specchio il volto di un vecchio/devo essere pazzo/io sono solo un ragazzo”.

“Del proprio destino – scrive Bobbio – che è per essenza ignoto, ed è quindi avvolto nel mistero, si può parlare a ragion veduta solo quando è compiuto”. E allora Fini conclude questo libro a metà tra il saggio e il diario filosofico, rimanendo in attesa della morte che gli ha riservato il destino, e soprattutto di vedere se saprà esserne all’altezza, l’ultima curiosità di una vita che si è rivelata nel tempo per ciò che veramente era.

Massimo Fini
“Ragazzo.
Storia di una vecchiaia”
Marsilio
13,00 Euro
111 pagine

15 agosto 2009


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